Mosca denuncia sconfinamenti. Kiev riprende Mariupol ma è strage

Pubblicato il 13 giugno 2014 da redazione

MOSCA. – Un’altra giornata di combattimenti e di sangue nell’est dell’Ucraina, dove le truppe di Kiev hanno riconquistato l’importante città portuale di Mariupol, nell’indocile regione di Donetsk. Ma intanto, proprio all’indomani del presunto ingresso dalla Russia di alcuni mezzi militari dei ‘separatisti’, tra cui tre carri armati ‘residuati’ dell’Urss, denunciato dal ministero dell’Interno ucraino, il Cremlino ritorce l’accusa: e imputa alle truppe di Kiev di aver sconfinato nella regione di Rostov sul Don con due blindati che sarebbero stati fermati dalle guardie di frontiera russe. Il reciproco scambio di sospetti inasprisce ulteriormente le già tese relazioni bilaterali fra i due maggiori Paesi ex sovietici dopo il congelamento dei negoziati a tre (Ue-Russia-Ucraina) sul gas, con il premier ucraino Arseni Iatseniuk che ha già ordinato di prepararsi alla chiusura dei rubinetti del metano russo. Intanto Vladimir Putin pretende chiarimenti sull’asserito sconfinamento dei militari ucraini. Quello che è successo non è ancora chiaro. Tuttavia, secondo la testata filo-Cremlino LifeNews, un blindato ucraino sarebbe entrato in Russia e si sarebbe fermato per un guasto vicino al villaggio di Millerovo, dove pare sia stato individuato dalle guardie di frontiera. A quel punto sarebbe arrivato un secondo blindato ucraino per riportare indietro i membri dell’equipaggio. Secondo le guardie russe, i soldati ucraini avrebbero in ogni modo sconfinato di appena 150 metri, nei pressi del paesino di Iezerovo. L’avventura dei mezzi militari che secondo Kiev sarebbero invece sconfinate dalla Russia in territorio ucraino sembra essersi frattanto conclusa tragicamente. Stando al ministero della Difesa dell’Ucraina, infatti, i soldati ucraini avrebbero distrutto “due veicoli blindati per il trasporto delle truppe, due carri armati e due camion Kamaz sui quali erano montate due mitragliatrici”. Inoltre, nella zona di Snizhne – al confine tra la Russia e le regioni di Lugansk e Donetsk – sarebbero stati uccisi 40 miliziani. Mentre a Donetsk, una bomba ha fatto esplodere il minibus di uno dei leader separatisti, Denis Pushilin, ammazzando tre persone. Lo spargimento di sangue è proseguito. Tre soldati ucraini sono morti e 26 sono rimasti feriti in un’imboscata dei filorussi a Stepanivka, non lontano da Snizhne, mentre due miliziani sono stati uccisi in uno scontro a fuoco a Dobropolie, sempre nella regione di Donetsk. E la ‘riconquista’ di Mariupol è costata la vita ad almeno cinque filorussi, mentre circa 30 sono stati fatti prigionieri dai soldati ucraini, che a loro volta riportano quattro feriti, di cui uno grave. L’operazione non è  ancora del tutto conclusa, ma sul municipio della città sul Mar Nero adesso sventola comunque di nuovo la bandiera giallo-blu dell’Ucraina. Tanto che il neopresidente Petro Poroshenko ha già ordinato di fare momentaneamente di Mariupol il capoluogo della regione di Donetsk. Le incomprensioni tra Kiev e Mosca continuano a ripercuotersi intanto sul delicato e strategico (anche per l’Europa occidentale) fronte del gas, dove Russia e Ucraina non riescono a trovare un compromesso sul prezzo. Kiev ha tempo fino a lunedì mattina per pagare 1,9 miliardi di dollari – parte del debito con la Russia -, altrimenti Mosca introdurrà un regime di pagamento anticipato e chiuderà i rubinetti del metano se non le saranno pagate le forniture. A quest’eventualità Kiev sembra essere già pronta, e il premier Arseni Iatseniuk ha ordinato al governo e alla società energetica statale Naftogaz di prepararsi alla cessazione delle forniture di gas e a difendere gli interessi del Paese all’arbitrato della Corte di Stoccolma. Un’apertura è arrivata poi con il ministro dell’Energia ucraino, Iuri Prodan, che ha proposto nuove trattative nel fine settimana – prima che scada l’ultimatum russo -, ribadendo però che Kiev punta a un ulteriore sconto che porti il prezzo del metano russo da 485 a 326 dollari per mille mc. Mentre il presidente della commissione europea, José Manuel Barroso ha chiamato Vladimir Putin chiedendogli di non interrompere gli sforzi negoziali. Ma da Mosca i margini di compromesso paiono esauriti: al punto che l’amministratore delegato del colosso Gazprom, Aleksiei Miller, fa sapere che la tariffa di 385 dollari – proposta in settimana all’Ucraina di fronte all’Ue, e finora respinta da Kiev – va considerata “l’ultima offerta” russa. (Giuseppe Agliastro/Ansa)

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