Usa-Iran, la “strana alleanza” per difendere Baghdad

NEW YORK. – “Combatteremmo il terrorismo dei fanatici sunniti”: parola del presidente iraniano Hassan Rohani. La sua telefonata al premier iracheno, Nouri al Maliki, fa seguito alla decisione già presa da Teheran d’inviare in Iraq tre battaglioni di Pasdaran. E precede di poche ore la dichiarazione in Tv di Barack Obama che, pur escludendo categoricamente l’invio di truppe americane, lascia aperta la porta a un possibile uso dei droni, per bombardare le postazioni dei jihadisti che marciano verso Baghdad. Così nelle ultime ore sta prendendo forma quella che alcuni commentatori già definiscono la ‘strana alleanza’. Anche se dal Dipartimento di Stato americano smentiscono che sulla crisi in Iraq ci siano in corso contatti diretti con l’Iran. Fatto sta che, dopo decenni di incomunicabilità, Washington e Teheran ‘rischiano’ di ritrovarsi schierati fianco a fianco contro un nemico comune: l’Isis, l’Islamic State of Iraq ad Syria. Gli estremisti di osservanza sunnita rappresentano infatti sempre più una seria minaccia non solo per l’Iran – islamico ma sciita – che ha paura di uno sconfinamento dei conflitti siriano e iracheno nel proprio territorio, ma anche per la sicurezza interna degli Stati Uniti, che temono una recrudescenza del terrorismo internazionale legato ad al Qaida. Le notizie che arrivano da Teheran, raccolte dai media occidentali, parlano di una seria disponibilità dei vertici dello stato iraniano a collaborare con gli Usa sul fronte della crisi irachena. Non si nasconderebbe, insomma, la volontà di operare insieme agli americani per sostenere il governo di Baghdad, avviando un’insolita partnership che potrebbe avere sviluppi interessanti anche per quel che riguarda i negoziati in corso sul nucleare iraniano. Del resto – dopo anni di isolamento internazionale e dopo il disgelo tra Obama e Rohani – la nuova leadership di Teheran chiede che le si torni a riconoscere un ruolo sul piano internazionale, facendo leva anche sulla sua influenza sia in Siria sia in Iraq, come in molti ambienti di tutta la regione mediorientale. E non è un azzardo pensare che, in presenza di un contributo di rilievo nella gestione delle crisi dell’area, l’Iran possa in seguito ottenere qualcosa al tavolo dei non facili negoziati con la comunità internazionale. Gli Usa sono consapevoli di tutto ciò, ma restano cauti. Temono inoltre un eccessivo coinvolgimento nella lotta a un governo, quello di Baghdad, comunque fortemente impopolare. “Chiaramente incoraggiamo e abbiamo sempre incoraggiato l’Iran a giocare un ruolo costruttivo nelle crisi in atto in quell’area del mondo”, ha ricordato la portavoce del Dipartimento di Stato, Jennifer Psaki, negando però categoricamente che ci siano per ora contatti per una possibile azione comune in Iraq. Intanto Teheran avrebbe già mandato in Iraq tre battaglioni delle forze speciali chiamate ‘al Quds’ per affiancare le truppe regolari irachene. Anche se proprio dagli Usa minimizzano, parlando solo di milizie paramilitari fedeli all’Iran. Obama invece ha ribadito il suo ‘no’ all’invio di soldati Usa in Iraq, insistendo sulla sua linea di politica estera: l’intervento militare deve essere giustificato solo da un pericolo per la sicurezza nazionale. E, se necessario, deve essere mirato e limitato, e sempre affiancato dall’azione diplomatica. Niente truppe, dunque, ma i bombardamenti aerei su obiettivi precisi restano un’opzione sul tavolo. (Ugo Caltagirone/Ansa)

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