Effetto Iraq sui mercati, l’oro nero prende il volo

PARIGI. – Le forti tensioni in Iraq si fanno sentire sui mercati che mostrano ‘nervosismo’ per i rischi di una esclation della situazione in un paese che è il secondo produttore mondiale di greggio e detiene l’11% delle riserve petrolifere del pianeta. Come prevedibile il prezzo dell’oro nero è così in volata con il Brent, il greggio di riferimento europeo, che viaggia verso i 104 dollari al barile guadagnando oggi lo 0,7% e il Wti, dall’altra parte dell’oceano, che mette a segno un +1,1% sfiorando i 108 dollari al barile. Un effetto, quello sul petrolio, per ora ‘psicologico’, perchè – rassicura l’Aie – nell’immediato non ci sono rischi per la produzione mondiale. Ma che inizia a farsi sentire anche sulle principali piazze internazionali con le borse che restano cautamente alla finestra in attesa degli eventi e chiudono una settimana con gli indici ‘piatti’: da Parigi (-0,24), a Londra (-0,96%), a Madrid (+0,23), a Milano (+0,01%). “I recenti eventi in Iraq non dovrebbero, per ora, mettere immediatamente a rischio le forniture di petrolio dalle fonti irachene”, scrive l’Agenzia internazionale per l’Energia nel suo bollettino mensile, precisando però che tale previsione resterà valida solo “se il conflitto non si estenderà oltre”. La situazione sul campo resta infatti “altamente fluida”, e in costante evoluzione, mentre la preoccupazione tra gli operatori di mercato è già molto elevata, come dimostra il continuo aumento dei prezzi del greggio. Con alcuni analisti che si spingono a ipotizzare anche quota 125 dollari al barile in caso di ‘attacco’ dei jihadisti alla capitale Baghdad. In questo contesto di elevato nervosismo, il bollettino Aie sembra invitare a non farsi prendere dal panico, mostrando come negli ultimi mesi la produzione di greggio iracheno abbia continuato a crescere. Dai 3,2 milioni di barili al giorno di marzo è passata a 3,32 in aprile e 3,37 in maggio, e raggiungendo il livello più elevato degli ultimi tre decenni. L’incremento è avvenuto anche se “la produzione del nord del Paese, che rappresentava 250-300 mila barili al giorno a inizio 2013-fine 2014, era già fuori dal mercato agli inizi di marzo, a causa delle violenze nella provincia dell’Anbar e agli attacchi sull’oleodotto Kirkuk-Ceyhan”. Il gap è infatti stato colmato dai giacimenti del sud, capaci di continuare ad aumentare la produzione, tanto che “da marzo tutte le esportazioni sono arrivate dai terminal meridionali vicino a Bassora”. Inoltre, ricorda l’Agenzia, negli ultimi anni gli sbalzi nella produzione di petrolio dell’area Opec, legate al “crescente rischio politico in Nordafrica e Medio Oriente” e in particolare alla crisi libica, “sono state largamente compensate dalla crescita record della produzione non-Opec”, passata da 53,4 milioni di barili al giorno nel 2012 a 55,8 milioni nel primo trimestre 2014. Di certo comunque un deterioramento della situazione in un paese come l’Iraq, secondo produttore mondiale cui fanno caso l’11% delle riserve di oro nero del pianeta, preoccupa. (Chiara Rancati/ANSA)

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