Usa-Iran più vicini, “colloqui in settimana”

NEW YORK. – Oltre al nucleare, l’Iraq. Lo spettro jihadista che incombe su Baghdad impone un’accelerazione a Usa e Iran: già nei prossimi giorni – svela il Wall Street Journal che cita fonti dell’amministrazione Obama – i due acerrimi nemici, Stati Uniti d’America e Repubblica Islamica d’Iran, potrebbero avviare un’inedita collaborazione per aiutare il governo iracheno a fronteggiare la repentina avanzata dei miliziani dell’Isis, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Lo ha fatto sapere Washington, così come Teheran. Allo stesso tempo, il presidente Barack Obama ha convocato alla Casa Bianca il suo team per la sicurezza nazionale, per fare il punto sulla situazione in Iraq. “Non escludo nulla che possa essere costruttivo”, ha risposto il capo della diplomazia Usa, John Kerry, quando in una intervista gli è stato chiesto se fosse disposto a dialogare con Teheran e se sia possibile persino un’eventuale cooperazione militare con l’Iran contro i miliziani dell’Isis. E anche se più tardi un portavoce del Pentagono e la stessa Casa Bianca hanno escluso l’aspetto militare – spiegando che in questo campo “non c’è alcuna intenzione o piano per un’azione coordinata di Usa e Iran” – il dialogo sul fronte diplomatico sembra prendere corpo.  Il presidente iraniano Hassan Rohani, d’altra parte, aveva già a sua volta affermato due giorni fa che “quando gli Usa passeranno all’azione, si potrà pensare ad una cooperazione”. La cornice dell’incontro, ad alto livello, potrebbe essere Vienna, dove questa settimana, per quattro giorni, si svolge un nuovo round dei colloqui sul controverso programma nucleare iraniano in corso tra Teheran e il ‘5+1’, ovvero i cinque Paesi del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania. Si tratta di colloqui avviati dopo la storica telefonata tra Obama e Rohani dello scorso settembre, ma che sembrano segnare il passo. In base all’intesa preliminare di febbraio, Teheran ha temporaneamente messo a freno il suo programma nucleare in cambio un allentamento delle sanzioni, e un accordo definitivo dovrebbe essere trovato entro il 20 luglio. Ma in ogni caso, la questione non si deve sovrapporre alla crisi in Iraq. “Qualsiasi dialogo che possa o non possa aver luogo (con l’Iran), sarà a margine o al di fuori dei colloqui sul nucleare. Non vogliamo che siano collegati o mischiati”, ha assicurato Kerry già sabato scorso. Di certo un’eventuale cooperazione tra Washington e Teheran rappresenta un’opportunità, ma anche, sul piano politico, un vero e proprio campo minato. Israele e molti degli alleati arabi degli Usa, con in prima fila l’Arabia Saudita, possono temere che l’avvio di un dialogo più ampio tra Usa e Iran possa avere ripercussioni negative sulle probabilità di raggiungere un accordo davvero efficace sul nucleare. Inoltre, una chiara discesa in campo dell’Iran sciita a fianco del premier sciita iracheno Nuri al Maliki, con la benedizione degli Usa, potrebbe alimentare il carattere confessionale dello scontro con i sunniti, che secondo molti è all’origine dell’avanzata dell’Isis. E anche a Washington c’è chi frena. “In questo caso, il nemico del mio nemico è sempre mio nemico”, ha detto una fonte della Difesa Usa citata dal Wsj. Frattanto, il Pentagono rafforza la sua potenza di fuoco nell’area. Nelle ultime ore ha inviato nel Golfo una nave da trasporto anfibio con a bordo 550 marine, che si è unita al gruppo navale americano guidato dalla portaerei USS George H.W. Bush che già incrocia in quelle acque. Inoltre ha mandato circa cento marine di rinforzo all’ambasciata Usa a Baghdad, dove è stato ridotto sensibilmente il personale. E il presidente Obama, il ‘Commander in Chief’, ha detto Kerry, “sta facendo un esame minuzioso delle opzioni a sua disposizione”, compresa quella di bombardamenti con i droni.

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