Obama, gli Usa non torneranno a combattere in Iraq

NEW YORK. – Obama è costretto di nuovo ad inviare soldati in Iraq, forze speciali. Le forze americane non torneranno a combattere laggiù, il Commander in Chief lo dice e lo ripete con forza. Ma la crisi irachena è pericolosa per l’intera regione e per gli Stati Uniti, e quindi il presidente americano dispone l’invio di 300 consiglieri militari per sostenere le forze irachene. Per ora niente raid aerei, ma gli Usa sono pronti, ha annunciato Obama, a condurre azioni militari “mirate e precise, se e quando la situazione sul campo lo dovesse richiedere”. Dopo giorni di voci e smentite sull’imminenza di bombardamenti con i droni, e anche con i caccia dispiegati sulla portaerei George H.W. Bush nel Golfo, Obama oggi ha ribadito che la chiave per risolvere la crisi irachena è di carattere politico, diplomatico, e ha anche deciso di inviare nel fine settimana il segretario di Stato John Kerry nella regione, per una serie di incontri con i leader mediorientali alleati. Per la seconda volta in tre giorni, stamattina Obama ha convocato il suo team per la sicurezza nazionale, e la riunione è andata avanti oltre un’ora in più del previsto. Poi, in una dichiarazione ufficiale, ha affermato che gli Usa “non hanno la capacità di risolvere la situazione con migliaia di truppe: non c’è una soluzione militare per l’Iraq”, ma “è nostro interesse nazionale che in Iraq non ci sia una guerra civile” e “non possiamo consentire che l’Iraq diventi un paradiso sicuro per gruppi estremisti”. Per questo, ha detto, gli Usa sono pronti ad intervenire e hanno “significativamente” rafforzato la raccolta di intelligence sulle posizioni dei militanti qaedisti dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante (Isis). La raccolta di intelligence è di certo al momento uno dei punti fondamentali della strategia americana. Già stamattina la Cnn e altre fonti avevano affermato che il Pentagono ha proposto al presidente di inviare un centinaio di consiglieri militari delle forze speciali. Soprattutto Berretti Verdi, Delta Force, Navy SEAL e Army Ranger, da affiancare all’esercito iracheno ma anche da utilizzare per raccogliere informazioni sui ribelli, sui loro armamenti e su come localizzarli. Le stime sul numero dei militanti dell’Isis e suoi alleati al momento variano non di poco – da circa 10mila a 20mila uomini in armi – e non è chiaro se vi siano compresi i circa cinquemila detenuti liberati dagli insorti. Avere indicazioni più precise è fondamentale nel caso il presidente dovesse decidere di dare il via ai raid aerei. Ma mentre il Pentagono continua a rifinire piani d’intervento e lista degli obiettivi da colpire, l’azione politica va avanti a tutto campo. Obama ha affermato che sono in corso contatti con tutti gli alleati degli Usa nella regione e ha anche sottolineato che l’Iran può svolgere un ruolo costruttivo evitando di inasprire le divisioni interconfessionali. “Non ci sono dubbi sul fatto che ci siano profonde divisioni” settarie, e il leader dell’Iraq dovrà unire, ha detto, aggiungendo però che “non è il nostro lavoro scegliere i leader dell’Iraq”. Diverse fonti affermano tuttavia che gli Usa sarebbero ben felici di silurare il premier sciita Nuri al Maliki, che pure ha vinto le elezioni dello scorso aprile. Vorrebbero un governo di unità nazionale che raggruppi sciiti, sunniti e curdi. E secondo alcune fonti starebbero anche lavorando per questo. I leader politici iracheni stanno a loro volta manovrando attivamente per sostituire al Maliki, incoraggiati anche da un chiaro sostegno americano, ha scritto il New York Times, secondo cui nell’ultimo paio di giorni l’ambasciatore americano Robert Beecroft, assieme a Brett McGurk, il più alto funzionario del Dipartimento di Stato per l’Iraq e l’Iran, si è incontrato con diversi esponenti politici e possibili candidati premier. Frattanto, dal campo arrivano notizie contrastanti. Le forze irachene, ha annunciato oggi il generale Qassim Atta, portavoce per la sicurezza del primo ministro Nuri al Maliki, hanno ripreso il “pieno controllo” del complesso delle raffinerie di Baiji, il più vasto di tutto l’Iraq. Altre fonti, tra cui funzionari di polizia nella vicina citta’ di Samarra, affermano però che i ribelli hanno ancora il controllo del 60 per cento della raffineria, circa 200 km a nord di Baghdad. La raffineria di Beiji ha un alto valore strategico. Da sola risponde a circa il 25 per cento dell’intero fabbisogno di combustibili del Paese, con circa 300 mila barili di petrolio al giorno.

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