Lamerica è sempre Lamerica

Pubblicato il 26 giugno 2014 da redazione

NEW YORK: Lamerica che ha fatto sognare i nostri nonni e bisnonni continua ad essere il luogo della speranza per persone di ogni parte del mondo. Giovani e meno giovani, professionisti, imprenditori e artisti guardano al colosso del Nord come al paese in cui costruire un futuro diverso e migliore. È in costante crescita il flusso di chi, dall’Italia, dal Venezuela e in generale dall’America Latina, spera di potersi trasferire. Molteplici le ragioni, da quelle politiche a quelle economiche, da quelle professionali a quelle strettamente legate alle possibilità di business.

Ogni emigrante è un mondo, ma tutti, quando volgono lo sguardo verso gli Stati Uniti, devono superare gli stessi scogli e le stesse difficoltà.  Una politica immigratoria sempre più rigida e controlli più estesi e frequenti rendono lungo e complesso il percorso di chi vuole rimanere negli Usa. Un percorso per il quale ovviamente è necessaria la consulenza legale.

A New York abbiamo incontrato e rivolto molte domande agli avvocati italiani e latinoamericani dello studio Melchionna & Gandolfo, proprio per capire meglio come si inizia e sviluppa il procedimento per emigrare e fare business negli USA, come si dà il via alle pratiche migratorie fino alle modalità per la creazione di società e compagnie, siano esse nuove o filiali di altre che operano nei paesi di origine.

“Ogni anno dall’Italia arrivano ben 840mila visitatori” – ci racconta Aldo Panunzio, avvocato specializzato nelle pratiche per la richiesta di visti – “e di questi, 3mila si insediano stabilmente, ma la percentuale degli investitori è bassissima rispetto a quella che arriva da altri paesi. Parliamo di 15 richieste nel 2013 su un totale di 10mila. Dal Venezuela invece sono arrivate, negli ultimi due anni, ben 185 richieste l’anno”. Chiediamo quindi quali benefici comporti il visto da investitore e chi ne abbia diritto: “Il programma EB5 è un visto riservato a coloro che investano minimo 500mila dollari nelle aree con un alto tasso di disoccupazione e un milione in tutte le altre, e diano lavoro almeno a 10 persone residenti o cittadini. L’iter è complesso in quanto bisogna presentare un’estesa documentazione. Quando la pratica è presentata correttamente, le possibilità di ottenerlo sono molto alte perché generalmente le domande sono inferiori all’offerta”. “Parallelamente alle pratiche necessarie per accedere a questo visto” – prosegue Luca Melchionna che si occupa dell’area commerciale e quindi della creazione di compagnie, start up ecc. – “a noi viene generalmente richiesta assistenza per l’individuazione della zona del paese più conveniente per questa o quella attività”.

Durante la nostra conversazione risulta sempre più evidente che creare la documentazione per il visto EB5 richiede una notevole esperienza nella creazione di compagnie, nella preparazione del business plan, nella individuazione degli obiettivi dell’attività in termini di budget, nella scelta della contabilizzazione dei fondi (per esempio attraverso il pagamento di un affitto o con l’acquisto di macchinari) e, infine, nelle modalità per l’assunzione del personale. Solo dopo aver costruito tutta l’impalcatura relativa alla documentazione è possibile infatti presentare una specifica richiesta al Consolato del paese di origine, spesso con buone possibilità di riuscita.

Per coloro che non siano interessati ad iniziare una impresa da zero, Luca Melchionna spiega: “qualora non si volesse correre il rischio di intraprendere una nuova attività, esiste la possibilità di affidare i 500mila dollari ad un Regional Center, agenzia utilizzata da imprenditori americani per la realizzazione di grandi opere, con conseguente creazione di molti posti di lavoro. Dopo 7-10 anni si può recuperare l’investimento con un interesse minimo”.

A questo punto, pensando alle varie possibilità economiche di chi intende migrare, chiediamo se sia possibile ottenere un visto con investimenti inferiori ai 500mila dollari. “Si” – risponde Aldo Panunzio – “esiste il visto E2, ma solo per i cittadini di paesi, come ad esempio l’Italia, che abbiano firmato un accordo con gli Stati Uniti. Il visto E2 non apre l’accesso alla green card, ma permette di lavorare e di vivere negli Stati Uniti. Molti paesi sudamericani hanno firmato un trattato ad hoc con gli Usa. Altri invece non lo hanno fatto, come ad esempio il Venezuela, per cui un cittadino venezuelano non può usufruirne”.

Chiediamo quali siano invece le opportunità per i giovani che stiano studiando gia’ negli Stati Uniti e che fossero interessati a restare: “Non troppe purtroppo. Hanno l’opzione di cercare, durante un anno, un datore di lavoro disposto ad introdurre la richiesta di visto, ma bisogna tener conto che ogni anno la domanda è quasi il doppio dell’offerta”.

Un’altra categoria che abbiamo in mente è quella degli artisti: “Anche in questo caso il visto è legato ad una precisa richiesta di lavoro. Il visto 01A è rivolto a manager di successo, grandi CEO ecc., mentre l’01B interessa le persone che lavorino nell’ambito artistico e vantino un curriculum eccellente. Il vantaggio è che dopo due, tre anni, se ancora sussiste il rapporto impiego/impiegato, si può avviare la sponsorizzazione per la green card”.

Circa le compagnie che intendano aprire filiali negli Stati Uniti, chiediamo se esse possano richiedere il visto per il personale che deve trasferirsi dal paese d’origine e ci viene spiegato che se una compagnia vuole aprire una filiale negli Stati Uniti può richiedere, per i suoi dipendenti essenziali, il visto L, che è un primo passo anche per avere accesso alla green card.

A questo punto non possiamo evitare il discorso tasse. A tal riguardo, Luca Melchionna spiega che il sistema fiscale USA è piuttosto complesso, anche se la pressione fiscale inferiore a quella di altri paesi. “Gli italiani, per esempio, sono considerati foreign nationals e vengono classificati in tre categorie: Non resident alien, Dual-status alien, Resident Alien. Queste tre categorie si incrociano con quelle immigratorie e comprendere l’interazione delle varie categorie è cruciale al fine di pianificare il progetto/percorso immigratorio”.

Un’ultima nota, alla fine del nostro incontro, sugli aspetti comunicativi. Ci rendiamo conto, infatti, di quanto rilevante sia la capacità linguistica nella comprensione – e quindi nella fiducia del cliente – di un processo tanto complesso e diversificato, dove grande è non solo l’investimento finanziario ma anche, e soprattutto, umano. (Mariza Bafile/Voce)

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