La giornata politica: Federica Mogherini Mrs. Pesc?

ROMA. – Sulla nomina di Federica Mogherini a Mrs Pesc, Matteo Renzi si gioca la sua immagine di generale vincitore alla testa delle forze del socialismo europeo. E questo spiega, più di ogni altra sottigliezza, le forti resistenze che il premier italiano sta incontrando nella Ue. L’accusa di scarsa competenza mossa alla titolare della Farnesina, peraltro, rischia di trasformarsi in un autogol dei critici: intanto perché costituisce uno sgarbo alla diplomazia italiana nel momento in cui si vagheggia una ritrovata unità europea; e poi perché l’attuale responsabile della politica estera Ue, Lady Ashton, non ha certo brillato per presenza ed efficacia sui principali scenari di crisi.  In realtà attorno alla candidatura Mogherini è in atto uno scontro non solo tra popolari e socialisti, ma anche tra Roma e Berlino. Il tentativo di Angela Merkel di prendere tempo per discutere l’accordo sulla Commissione nella sua ”globalità” sembra tradire la preoccupazione che un Pse galvanizzato dalla vitalità renziana possa ottenere ciò che prima delle elezioni era impensabile: la guida della politica estera, di quella economica (dove è in corso uno speculare braccio di ferro) e persino la presidenza del Consiglio Ue, ruolo di raccordo finora ricoperto dal belga Hermann Van Rompuy (uomo sostanzialmente allineato alla Germania). Naturalmente entrambi gli schieramenti hanno frecce al loro arco: Berlino gioca l’asse con i Paesi dell’Est e le perplessità dei popolari; Roma risponde con l’inedita compattezza del Pse, confermata da Martin Schulz, e con l’orgoglio italiano messo in mostra da Angelino Alfano il quale ha escluso che possa esserci un veto del Ppe sul nome del nostro ministro degli Esteri. Resta il fatto che il Rottamatore ha la necessità di portare a casa qualche risultato concreto di livello internazionale per valorizzare il semestre di presidenza italiana della Ue e per dimostrare alle forze politiche italiane che anche a Bruxelles è possibile un cambio di rotta.  Tutto sarebbe stato più facile, tuttavia, se il premier fosse stato in grado di presentarsi al Consiglio straordinario della Ue con qualche risultato concreto in tasca. Invece la crisi economica ha posto al ministro Padoan nuovi problemi sul rispetto dei vincoli di stabilità e anche le riforme procedono a rilento per la guerriglia parlamentare dei dissidenti di destra e di sinistra. Quasi novemila emendamenti alla riforma del Senato non consentono naturalmente di stare tranquilli e, come dice il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, è meglio affrontare un giorno alla volta. Il dato politico è che i dissidenti del Pd e di Fi non sono disposti a fare passi indietro, nonostante l’impegno in prima linea del capo del governo e del Cavaliere, senza ottenere almeno una contropartita: la revisione dell’Italicum per la minoranza democratica, il presidenzialismo nel caso dei frondisti azzurri. Due punti non contemplati nel Patto del Nazareno. Alla vigilia dell’incontro con i 5 Stelle, il presidente del Consiglio ha lasciato intendere che ritocchi sono possibili, ma solo su punti specifici (come per esempio l’immunità dei senatori o il ballottaggio) e non sul cuore dell’ intesa con Berlusconi. Che è politica e, come tale, intangibile almeno fino a quando il leader di Forza Italia dimostrerà di controllare il suo partito. In tal senso l’accusa al premier di alcuni frondisti azzurri di puntare alle elezioni nel 2015 è insidiosa. Secondo questa area, Renzi non riuscirà a far ripartire l’economia e si prepara in sostanza ad un referendum su se stesso. Renato Brunetta, designato da Berlusconi a coordinare la linea di opposizione al governo sull’economia, avverte che non ci saranno sconti: il Patto del Nazareno non è in pericolo, ma il governo deve accettare di discutere come rivitalizzare la ”comatosa” economia italiana. E questo è il problema che rischia di incrinare l’asse Renzi-Berlusconi più delle manovre parlamentari dei grillini. (Pierfrancesco Frerè/ANSA).

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