Kiev accusa Mosca e i filorussi, “distruggono le prove”

Pubblicato il 19 luglio 2014 da redazione

ROMA. – Prosegue il rimpallo delle accuse sulla responsabilità del disastro aereo nei cieli dell’Ucraina orientale, costato la vita a 298 persone. Il governo ucraino chiama ancora in causa i filorussi che starebbero “distruggendo le prove” sul luogo del disastro, mentre Mosca adombra che siano stati missili ucraini a colpire il Boeing. Sul terreno, gli ispettori internazionali faticano ad accedere alla zona, che è controllata dai ribelli. A due giorni dall’abbattimento del volo della Malaysia Airlines, i primi funzionari stranieri sono arrivati sul posto – una vasta distesa di rottami con ancora i corpi delle vittime – ma l’accoglienza degli uomini armati che si trovano nella zona si è presentata subito ostile. Il team dell’Osce ha riferito di essere rimasto sul posto poco più di un’ora prima di essere stato costretto ad andarsene dai filorussi, che secondo Kiev starebbero facendo di tutto per ostacolare le indagini. In particolare, cercando di distruggere, “con il sostegno della Russia, le prove del loro crimine internazionale”, trasportando i resti dell’aereo in Russia e portando i corpi delle vittime all’obitorio di Donetsk. I ribelli replicano che è Kiev che lavora per “sabotare le indagini” e chiedono anzi agli esperti stranieri di arrivare sul posto “prima possibile” per ragioni umanitarie. Sulla Russia, sponsor dei separatisti, cresce intanto la pressione internazionale. Il premier olandese Mark Rutte (il suo Paese detiene il macabro record di vittime, 192), nel corso di una telefonata “molto accesa” ha chiesto a Vladimir Putin di “prendersi le sue responsabilità” per facilitare l’accesso degli ispettori nella zona, mentre Londra lo ha accusato di non fornire “sostegno sufficiente”. Il leader del Cremlino – contro il quale l’Australia ventila persino una (improbabile) esclusione dal prossimo vertice G20 – ha provato a uscire dall’angolo concordando con la cancelliera tedesca Angela Merkel la rapida creazione di una commissione d’inchiesta indipendente guidata dall’Onu, mentre sulla linea telefonica Mosca-Washington il ministro degli Esteri Serghiei Lavrov ed il collega americano John Kerry hanno assicurato che Russia e Usa useranno la loro influenza per porre fine al conflitto ucraino. Kerry, a margine della conversazione con Lavrov, si è detto peraltro “molto preoccupato” per quello che ha definito “l’accesso limitato” consentito finora agli ispettori dell’Osce sul luogo della tragedia e ha sollecitato la Russia a collaborare. Le prove di dialogo appaiono del resto quanto mai aleatorie, perché da Kiev il presidente Petro Poroshenko ha annunciato che chiederà alla comunità internazionale di inserire i ribelli di Donetsk e Lugansk nelle liste delle formazioni terroristiche. Proprio sul fronte delle indagini, il governo malese non ha confermato il ritrovamento della scatola nera, e da parte loro i filorussi hanno smentito di averla presa in consegna, come era sembrato in precedenza. Su di loro, tuttavia, pesano i sospetti più forti sulle responsabilità dell’accaduto, dopo che gli americani hanno reso noto di aver accertato che il missile è partito da un’area controllata dai ribelli. Kiev ha affermato che non si è trattato di un incidente, perché – ha avvertito il premier Arseni Iatseniuk – chi ha lanciato il missile era “ben addestrato, non certo un terrorista russo ubriaco”. Per Mosca, al contrario, è Kiev che deve dare risposte, per esempio sul perché gli ucraini schierino missili terra-aria in una zona controllata dagli insorti che non dispongono di aviazione, o sul perché i controllori di volo abbiano autorizzato un volo commerciale ad attraversare una zona di guerra. Da Amsterdam, intanto, i parenti delle vittime olandesi sono in partenza per l’Ucraina. E i giornali locali, solitamente misurati, propongono titoloni a affetto da tabloid britannico come ‘Terroristi!’ o ‘Assassini!’, che rendono l’idea dell’ondata di forte emozione per il disastro che ha colpito principalmente i loro connazionali. Sdegno accentuato dalle denunce di saccheggi di gioielli e carte di credito che arrivano dalla zona dello schianto, con molti dei cadaveri in via di decomposizione ancora abbandonati nei campi dell’area controllata dai ribelli.  (di Luca Mirone/ANSA)

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