Muro contro muro al Senato, ira del Colle

Pubblicato il 23 luglio 2014 da redazione

ROMA. – Il Senato vota i primi due emendamenti al ddl del governo sulle riforme e li boccia: ma non è un successo perché questo avviene solo al sesto giorno di sedute dell’Aula, è occorrono quattro ore per due votazioni. L’ostruzionismo sta facendo spazientire la maggioranza con il Pd che attacca il presidente del Senato Piero Grasso, reo di aver accordato dei criteri piuttosto larghi di concessione del voto segreto richiesto da Sel e anche da M5s, che in passato aveva fatto del voto palese uno dei suoi cavalli di battaglia. A complicare il quadro anche questioni politiche che esulano il merito delle riforme. Il muro contro muro in atto sta allarmando a tal punto Giorgio Napolitano da costringerlo ancora una volta a farsi sentire parlando di una “paralisi che porta grave danno al Parlamento”. Un pressing duro, coadiuvato da una girandola di contatti, a partire da quello con il presidente del Senato, che porta ambienti parlamentari a ragionare su possibili vie di uscita rapide, come il contingentamento dei tempi o una apertura del governo a possibili modifiche. Dunque, a far salire la tensione, già alta, ci ha pensato la decisione del presidente del Senato di tenere le maglie larghe sulle 920 richieste di voto segreto avanzate da Sel, il partito che ha presentato 5.900 emendamenti dei 7.850 totali. Di per sé uno scrutinio segreto non fa perdere più tempo di quello palese (sul tabellone non si vede chi ha votato a favore e chi contro). Ma la decisione di Grasso ha provocato “l’irritazione” del capogruppo Den Luigi Zanda e di tutti i Dem, perché essi ritengono che la decisione incoraggi Sel, M5s, ex M5s e dissidenti di Fi e Pd a proseguire il loro ostruzionismo. D’altra parte – afferma chi legge positivamente la decisione del presidente – le ragioni di Grasso sono più che valide: il venire incontro alle richieste di Sel, semmai svelenisce il clima. Quello che va evitato è un clima così rovente che porti ad una replica al Senato dell’assalto dei banchi del governo e della presidenza come si verificò alla Camera pochi mesi fa. L’opinione pubblica non capirebbe più dove sono le ragioni degli uni e degli altri. E anche di questo hanno parlato nel pomeriggio Grasso con il presidente Napolitano in un colloquio al Quirinale. Il capo dello Stato ha insistito “sul grave danno che recherebbe al prestigio e alla credibilità” del Parlamento “una paralisi decisionale su un processo di riforma essenziale”. E Grasso ha convenuto evidenziando “le gravi difficoltà rappresentate da un ostruzionismo esasperato con un numero abnorme di emendamenti”. A complicare la situazione anche questioni politiche che esulano le riforme: la tensione tra Pd e Sel (anche sul dopo Vendola in Puglia), o la messa in discussione della leadership di Silvio Berlusconi da parte dei “frondisti” di Fi. Il muro contro muro prospetta due soluzioni antitetiche. O il suo proseguimento fino alla richiesta del contingentamento dei tempi da parte della maggioranza. O, con una mossa del cavallo da parte del governo, una mediazione su alcune modifiche, ribadida in serata anche da Matteo Renzi che comunque non molla di un millimetro sull’impianto della riforma e avverte: “scherzetti al Senato saranno corretti alla Camera”. Come ha detto il correlatore Roberto Calderoli, diverse soluzioni già ci sarebbero: per esempio l’immunità e soprattutto il taglio del numero dei deputati, cosa che risolverebbe anche il problema delle modalità di elezione del Presidente della Repubblica. Ma Sel, M5s e dissidenti di Pd e Fi, chiedono che Renzi e Boschi rinuncino al fatto che il Senato rappresenti le autonomie locali e sia eletto a suffragio diretto. Principio che Renzi, parlando con dei ministri, ha definito “non negoziabile”. Se cediamo su questa riforma, è il ragionamento del premier, allora non potremmo fermare i prefetti, i magistrati o i burocrati statali quando metteremo in campo le altre riforme. E oggi non solo i “renziani” ma anche Pier Ferdinando Casini ha evidenziato il rischio di urne in caso di fallimento delle riforme. (di Giovanni Innamorati/ANSA)

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