Tour: da Bottecchia a Nibali, i magnifici 7 italiani

Pubblicato il 27 luglio 2014 da redazione

ROMA. – E’ complesso e ambivalente, fatto di fascinazione e invidia, rispetto reciproco e orgoglio nazionale, il rapporto tra italiani e Tour de France. Simile, del resto, a quello che ci lega ai cugini d’Oltralpe. Un rapporto intenso e speciale, tra vicini insieme amici e avversari, fin dalla prima edizione della corsa, vinta nel 1903 da Maurice Garin, un italiano naturalizzato francese, emigrato dalla Val d’Aosta per lavorare come spazzacamino. Il primo successo di un italiano ‘vero’ è di 90 anni fa. Ottavo figlio di una coppia povera, bersagliere ciclista decorato con medaglia di bronzo nella Prima guerra mondiale, Ottavio Bottecchia è noto tra l’altro perché durante la Milano-Sanremo del 1923 non consumò il sacchetto di rifornimento per portarlo, in treno, ai familiari a casa. Nello stesso anno giunse secondo al Tour, che si aggiudicò nel 1924, conseguendo un record rimasto imbattuto: vinse la prima e indossò la maglia gialla fino all’ultima delle 34 tappe. Il trionfo del ‘muratore del Friuli’, accolto in patria come un eroe e celebrato da Mussolini, fu utile al regime fascista per far passare in secondo piano il delitto Matteotti. ‘Botescià’ si ripeté nel 1925, primo di tre italiani a fare il bis. Tredici anni più tardi rifulge la stella di Gino Bartali, protagonista sulle Alpi – storica la fuga sull’Izoard e l’arrivo a Briançon con cinque minuti di vantaggio – e vincitore del Tour. A differenza della Nazionale di Vittorio Pozzo, consacrata il mese prima campione del mondo di calcio, e a dispetto dei ripetuti sforzi del regime per appropriarsene i successi, dopo l’arrivo sugli Champs-Elysees, il 31 luglio 1938, Ginettaccio non fa il saluto romano. Passato l’incubo della guerra – anni in cui il fuoriclasse toscano (ma lo si saprà solo molto dopo) si prodigò per salvare gli ebrei, gesta che gli valsero poi il riconoscimento di Giusto tra le Nazioni da parte di Israele -“quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita” (per dirla con Paolo Conte) si riaffacciano alla Grande Boucle. E’ il cruciale 1948, con le elezioni del 18 aprile vinte dalla Democrazia Cristiana. Il 14 luglio Palmiro Togliatti è ferito in un attentato. Il Paese reagisce, scoppiano proteste, scioperi, scontri, con vittime, tra dimostranti e forze dell’ordine. Il giorno dopo Bartali stravince la tappa di montagna Cannes-Briançon, il 16 si ripete a Aix-les Bains e conquista la maglia gialla, il 25 a Parigi si aggiudica, a 34 anni, il suo secondo Tour. Anche se è probabilmente esagerato parlare di guerra civile sventata, è indubbio che le imprese di Gino, unite all’appello alla calma lanciato dallo stesso segretario del Pci, ridussero la tensione in Italia. L’anno seguente, Fausto Coppi, dopo aver vinto il Giro d’ Italia, si impone anche in Francia, precedendo in classifica Bartali. Il Campionissimo ripeterà l’accoppiata Giro-Tour nel 1952, l’anno della famosa foto dello scambio della borraccia sul Galibier (anche se non è chiaro se Fausto l’abbia passata a Gino o viceversa, o addirittura se non sia stata una messinscena). Nel 1960, settima vittoria di un italiano (il quarto) al Tour, e anche stavolta il successo di Gastone Nencini si intreccia con le vicende politiche e sociali di qua dalle Alpi, seguendo di pochi giorni le proteste contro il congresso dell’ Msi a Genova, le manifestazioni e gli scontri tra dimostranti e forze dell’ordine in diverse città, i morti di Reggio Emilia; eventi che portarono alla caduta del governo Tambroni. Nell’albo d’oro della Grande Boucle figurano poi Felice Gimondi nel 1965 e Marco Pantani nel 1998. Oggi Vincenzo Nibali è il settimo re italiano nella “douce France”. E i francesi? “I francesi – per dirla ancora con Paolo Conte – ci rispettano, che le balle ancora gli girano”. (di Guido Di Giammatteo/ANSA)

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