Renzi ai senatori Pd, tutto dipende da voi

ROMA. – Sarà l’aula di Palazzo Madama a decidere domani mattina se il futuro Senato dovrà essere eletto dai cittadini o dai Consigli regionali, come prevede il ddl del governo sulle riforme. Fallite le trattative su questo punto (ma proseguono quelle su altri punti e sull’Italicum) la parola passa agli stessi senatori. Governo e maggioranza sono sicuri dei propri numeri, mentre gli oppositori puntano al voto segreto su alcuni emendamenti. Matteo Renzi, in una lunga giornata di trattative prima scrive una lettera-appello ai senatori della maggioranza in cui si dice anche disposto a discutere sulle preferenze nella nuova legge elettorale, ma avverte di non buttare via tempo in un umiliante ostruzionismo; Poi, conversando con il suo entourage, mette i suoi paletti alla trattativa: “via gli emendamenti, e se vogliono una settimana in più gliela diamo, se vogliono bloccare tutto diciamo di no”. A queste condizioni, su cui si starebbe aprendo un primo varco tra i frondisti del Pd, il governo sarebbe pronto a recepire poche e mirate modifiche per arrivare alla pausa estiva l’8 agosto solo con le dichiarazioni di voto finale e puntare al voto finale il 2 settembre. Intanto, il primo voto al pacchetto riforme è slittato a domani, evitando la prevista seduta notturna: un modo per far metabolizzare a tutti i senatori le nuove aperture di palazzo Chigi. Ed è slittato, forse per il medesimo motivo, al di là delle dichiarazioni ufficiali, anche il nuovo incontro Renzi-Berlusconi, programmato per domani. A scombussolare la giornata è stata proprio la lettera del premier a tutti i senatori della maggioranza, per ringraziarli dell’impegno nel voto sulle riforme. Come spesso accade Renzi si rivolge formalmente a chi è dentro al “Palazzo” ma in realtà parla a chi ne è fuori. I senatori dei vari gruppi inizialmente non l’hanno dunque presa bene, ognuno per un motivo diverso. Gli oppositori perché Renzi bolla come “emendamenti burla” le loro proposte emendative ostruzionistiche. I senatori della maggioranza – dicono – non hanno apprezzato di non aver mai ricevuto la lettera, letta sulle Agenzie e girata solo nel pomeriggio dai capigruppo (e non tutti la hanno avuta come ha ironicamente riferito Carlo Giovanardi). Forza Italia era su tutte le furie perché la lettera non riconosce il suo ruolo di principale partner del governo in questa partita. Quando la capigruppo si è riunita per organizzare i tempi per la fiducia al decreto Cultura, M5s e il relatore Roberto Calderoli, hanno chiesto di non tenere la seduta dalle 21 alle 24 e il capogruppo del Pd Luigi Zanda non si è opposto. Si è evitata così una violenta polemica in Aula sulla lettera da parte degli oppositori che avrebbe solo tenuto inutilmente bloccati i lavori. E Loredana De Petris, capogruppo di Sel, e prima firmataria di ben 5.900 emendamenti, dopo una riunione di partito risponde a muso duro: “Non c’è nessuna trattativa in corso, i nostri emendamenti restano”. Questa lettera non era forse il mezzo migliore per aprire le trattative – si ragiona a Palazzo Madama – con i dissidenti di maggioranza o d’opposizione. Non a caso questi ultimi si sono lungamente riuniti nel pomeriggio nello studio di Vannino Chiti, ma il telefono non ha mai squillato. Nessuna richiesta di trattativa dal ministro Maria Elena Boschi o da Renzi. Ma nella lettera c’era anche l’apertura sulla legge elettorale ai partiti minori della maggioranza e ai bersaniani del Pd. Ai primi Renzi ha detto che si può trattare sulle soglie dell’Italicum, ai secondi ha aperto sulle preferenze, che piacciono anche a Ncd. Non a caso i commenti positivi alla lettera sono giunti da Ncd (Maurizio Sacconi e Nunzia De GIrolamo), Pi (Lucio Romano), Sc (Gianluca Susta) e sai bersaniani Miguel Gotor e Alfredo D’Attorre. Insomma la maggioranza è ora blindata e domani si va al voto in Aula con una certa sicurezza, come ha detto Renzi in serata con un tweet in cui dice di non essere “preoccupato”. Una sfida anche ai voti con scrutinio segreto. Con Paolo Romani che invita di lasciar la parola all’Aula, convinto che i “frondisti” di Fi ne usciranno sconfitti. Chiti ha capito che essere stati trascinati all’ostruzionismo cieco dai 5.9000 emendamenti di De Petris, ha precluso le chances ai suoi pochi emendamenti puntuali, e in serata ha lanciato un appello perché si rinunci sia all’ostruzionismo che al contingentamento e ci si confronti nel merito: Una affermazione che viene letta in ambienti del governo e in alcuni settori della maggioranza come il segnale che il secondo messaggio del premier sulla settimana in più per trattare ha aperto una breccia dopo giorni di incomunicabilità. (di Giovanni Innamorati/ANSA)