Usa: mito Fbi a rischio, inchiesta su test Dna sbagliati

NEW YORK. – Il mito dell’Fbi vacilla e rischia di crollare sotto i colpi di un’inchiesta del Dipartimento di giustizia americano che va avanti dal 2012 e i cui risultati appaiono sconvolgenti: gran parte dei procedimenti penali esaminati dal Bureau negli ultimi decenni – scrive il Washington Post – sono stati viziati da errori forensi e test del Dna sbagliati che molto spesso hanno portato in carcere persone innocenti. Anche nel braccio della morte. A dare il via all’inchiesta, che potrebbe rappresentare un duro colpo per l’immagine iconica dei processi e delle indagini dell’agenzia, portati sul grande schermo in tantissimi film americani, era stato proprio un reportage del quotidiano della capitale, il quale aveva rivelato le inesattezze che avevano condotto a sentenze di condanna discutibili di centinaia di indagati. L’indagine in particolare ha analizzato 2.600 condanne, di cui 45 condanne a morte, decise negli anni Ottanta e Novanta soprattutto sulla base di ‘test microscopici’ condotti sui capelli. E si e’ scoperto che nella maggior parte dei casi gli imputati non sono mai stati informati degli errori compiuti. L’inchiesta – afferma ancora il Wp – era stata sospesa dal Bureau lo scorso agosto, ma e’ stato il Dipartimento di Giustizia, questo mese, a chiedere di ripartire. L’ispettore generale ha aspramente criticato l’Fbi per i ritardi inaccettabili e le ricerche inadeguate portate avanti in un’altra indagine risalente alla meta’ degli anni Novanta: tre imputati sono stati giustiziati ed un quarto e’ morto nel braccio della morte nei cinque anni che sono serviti ai funzionari per riesaminare 60 condanne a morte potenzialmente discutibili.  “Non so se la storia si ripeta, ma chiaramente gli ultimi risultati non danno un senso di fiducia sul fatto che il lavoro degli investigatori, il cui comportamento è stato gia’ analizzato nel 1997, sia stato controllato adeguatamente”, ha commentato Michael R. Bromwich, ispettore generale negli anni dal 1994 al 1999 ed ora socio dello studio legale Goodwin Procter. Bronwich non ha voluto discutere nei dettagli i risultati dell’inchiesta, ma ha aggiunto: “Ci ritroviamo diciotto anni dopo con una situazione molto poco felice, insoddisfacente e inquietante”. “Ed e’ molto piu’ difficile rimediare ora – ha concluso – che se i problemi fossero stati risolti prontamente allora”.  (di Valeria Robecco/ANSA)

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