La giornata politica: Riforme “costi quel che costi”

ROMA. – Nella difficile partita a scacchi delle riforme, Matteo Renzi punta tutto sulla mossa del cavallo (che in termini parlamentari si traduce in quella del ”canguro”): scavalcare in pochi colpi la massa di emendamenti ostruzionistici dell’opposizione per approvare la riforma del Senato prima di Ferragosto. ”Costi quel che costi”. Tuttavia si tratta di vedere se la sua artiglieria riuscirà davvero ad inchiodare gli avversari alle loro posizioni. I trabocchetti sul cammino della maggioranza sono ancora molti e questa è una scommessa che il Rottamatore non può perdere: per dimostrare innanzitutto alle cancellerie occidentali – in vista dell’autunno caldo – che il governo fa sul serio e controlla le sue truppe; e poi per dare avvio alla ”fase due” che si muove su un doppio binario: discutere in Senato l’Italicum subito dopo l’estate, come preannunciato da Anna Finocchiaro, per offrire ai dissidenti la mediazione promessa, e avviare in concreto il ”programma dei mille giorni”. Per il momento la maggioranza allargata a Forza Italia ha retto all’urto del voto segreto. Il fatto che sul Senato non elettivo non abbia i due terzi dei voti significa poco: il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi ha già fatto sapere che il pacchetto delle riforme sarà comunque sottoposto a referendum. Più importante, per il premier, è la copertura a sinistra offerta dai fuoriusciti di Sel, capitanati da Gennaro Migliore, e gli spiragli di dialogo che i suoi continuano a lasciare aperti (al tavolo del negoziato ci si può ancora sedere, dice per esempio Andrea Marcucci). Nichi Vendola replica che la rottura del Pd comporterà serie conseguenze e chiede al Rottamatore di chiarire se l’alleanza con la destra è una scelta strategica della sua segreteria: ma l’impressione è che se le riforme saranno votate prima delle ferie, la sconfitta dovrà essere elaborata dai suoi. Non a caso Dario Stefano conferma la sua candidatura alla presidenza della Puglia e sostiene che i due piani, quelle delle modifiche istituzionali e quello della politica locale, devono rimanere distinti. Del resto è difficile immaginare che Vendola possa condividere la scelta del ”Parlamento in piazza” di Beppe Grillo. Significherebbe appiattire Sel sulle tattiche di un Movimento che contesta alla radice tutto il sistema. Anche all’interno dei 5 Stelle non sembra esserci l’unanimità sulla decisione di abbandonare le aule parlamentari: Grillo ha spiegato che non si tratterà di un Aventino perché i suoi saranno sempre pronti a tornare in aula quando necessario e Luigi Di Maio ancora spera in una trattativa sulla legge elettorale modello ”sindaco d’Italia” (primo turno con il proporzionale e secondo con ballottaggio tra i due partiti più votati). Si torna così, mano a mano che procedono le votazioni a palazzo Madama, al cuore politico dello scontro: l’Italicum. Renzi ha garantito che sarà modificato al Senato ed è la seconda volta che lo fa nel giro di pochi giorni. Assicurazioni che sembrano il frutto delle diplomazie di Pd e Fi al lavoro, sotto l’occhio attento del Quirinale, per trovare un punto d’equilibrio: si parla per esempio del ritorno alle preferenze di lista alla Camera con capilista bloccati e dell’abbassamento delle soglie. Il fatto che Maria Stella Gelmini, una delle donne più vicine al Cavaliere, si dica personalmente non contraria alle preferenze e dia atto al premier-segretario di aver fatto cadere a sinistra il muro dell’ antiberlusconismo, è un segnale del clima distensivo che si cerca di coltivare tra i due quartieri generali. Se Berlusconi voleva una prova della capacità di Renzi di tenere sotto controllo la situazione, non si può dire che non l’abbia avuta. La difficoltà è quella di incastonare nel Patto del Nazareno, che resta la bussola, il ruolo di Angelino Alfano: il Nuovo centrodestra è infatti decisivo per il sostegno del governo. Questo sarà il vero negoziato di cui il Cav non si vuole lasciare espropriare dal Pd. In attesa di capire come evolverà la situazione economica. Al netto delle critiche azzurre, che accusano premier e ministro dell’Economia di tenere coperti i conti pubblici, resta il nodo dei margini di manovra all’interno del fiscal compact. Renzi ha spiegato che l’Italia vigilerà perché Juncker passi dalle parole ai fatti sulla flessibilità e sui 300 miliardi di investimenti previsti per i prossimi mesi: dalle sue mosse dipenderà in gran parte la possibilità di scongiurare una manovra correttiva. (di Pierfrancesco Frerè/ANSA)

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