Argentina: effetto default, timori e incertezze

BUENOS AIRES. – “E ora, cosa succede?” All’indomani del fallimento della trattativa fra il governo e gli hedge fund, in una Buenos Aires molto preoccupata si moltiplicano le ipotesi sull’effetto che avrà sull’economia reale questo nuovo default atipico, finora ritenuto solo “selettivo” da S&P e che secondo Cristina Fernandez de Kirchner e il suo governo semplicemente non esiste. L’impatto immediato dell’annuncio effettuato ieri a New York dal ministro dell’Economia Axel Kicillof è stato chiaramente negativo e alimenta l’angoscia di milioni di argentini: alla Borsa di Buenos Aires l’indice Merval è crollato di quasi il 7% (a metà sessione), mentre sul mercato parallelo il dollaro è salito di 40 centesimi, raggiungendo i 12,80 pesos, e aggravando la sua distanza dal cambio ufficiale, a poco più di 8 pesos. Il governo insiste sul fatto che il default non è tale (“è in default chi non paga, e noi abbiamo pagato”) e che a mancanza di un accordo con gli “avvoltoi” non avrà conseguenze drammatiche sull’economia del paese. Ma non tutti condividono questa analisi. E’ vero che l’Argentina era comunque esclusa dal mercato finanziario internazionale dal 2001, e dunque il default non compromette la sua posizione in materia di debito, ma dal gennaio scorso ha moltiplicato i segni di distensione verso il mondo esterno, attenuando alcune delle sue posizioni più radicali. In pochi mesi, infatti, Buenos Aires ha chiuso un accordo con il Club di Parigi, definito una intesa con Repsol per compensare la sua estromissione da Ypf e risolto varie cause al Ciadi, con una evidente volontà di regolarizzare i suoi rapporti esterni ora compromessa dalla vicenda degli “hedge fund”. Il nuovo atteggiamento argentino nasce, a sua volta, da una situazione difficile, che si è aggravata negli ultimi mesi, con un’inflazione che potrebbe superare il 40%, una scarsità di dollari -malgrado le restrizioni sul mercato cambiario- che danneggia il credito, le importazioni e le riserve della Banca Centrale e un calo delle attività produttive che ha posto il paese di fatto in recessione. Se Buenos Aires si troverà solo in default sui pagamenti dei bonds previsti per il 2014 (circa 7,5 miliardi di euro) potrebbe trattarsi solo di un breve periodo difficile in attesa del primo gennaio 2015, quando scade la clausola Rufo, ma se i detentori di bond ristrutturati iniziano cause per il pagamento del suo intero debito, lo scenario cambierebbe drasticamente. Gli investitori esteri prevedevano comunque di attendere le presidenziali dell’anno prossimo -per le quali il kirchnerismo non ha ancora un candidato ufficiale- per i loro progetti, ma recessione e inflazione potrebbero portare anche loro a rivedere i loro piani, spingendoli a puntare su qualche altro paese emergente senza i rischi dell’Argentina.