Renzi, avanti riforme e economia, settembre non fa paura

Pubblicato il 31 luglio 2014 da redazione

ROMA. – “A me settembre non fa paura”. Matteo Renzi scandisce le parole davanti alla direzione Pd, sapendo che la diretta streaming le farà ascoltare anche fuori. L’economia, ammette adesso il premier, va peggio del previsto: “Non siamo in condizioni di avere quel percorso virtuoso che immaginavamo”. Ma subito chiarisce che il governo non si lascia intimorire ed è convinto di poter “guidare la ripresa dell’Europa”. E di poter finire, “una alla volta”, tutte le riforme che servono all’Italia. L’importante, dice ai dem nel giorno in cui ricompaiono i franchi tiratori al Senato, è conservare la “calma”, il sangue freddo e la determinazione. Non inizia sotto i migliori auspici, questo ultimo giorno di luglio. Mentre a Palazzo Chigi Renzi presenzia alla firma di un accordo da 2,1 miliardi tra Cassa depositi e prestiti e i cinesi di State Grid, da Palazzo Madama giunge la notizia che il governo è stato battuto su un emendamento della Lega che restituisce al Senato la competenza sui temi etici, negata dal ddl Boschi. L’incidente non snatura la riforma, dunque, spiega Renzi, si potrà rimediare alla Camera. Ma “lascia l’amaro in bocca” il fatto che i dissenzienti abbiano colpito “incappucciati”, nascosti “dietro il voto segreto”: dimostra che non hanno il “coraggio”. Ma nemmeno, afferma il premier, la forza di fargli perdere la pazienza con le loro “provocazioni”.  Non siamo di fronte, assicura il segretario, al “remake dei 101” che affossarono Romano Prodi e al relativo psicodramma. Anche perché la convinzione è che la maggior parte dei franchi tiratori vadano cercati non tanto nel Pd quanto tra le fila degli altri partiti contraenti del patto del Nazareno. In ogni caso, l’invito è “alla calma – dice Renzi al suo Pd – perché una alla volta finiamo tutte le riforme”, dalla giustizia, al lavoro, al fisco. Ma a partire da quelle istituzionali: “Non molliamo di un centimetro”, proclama il premier. E ottiene dalla direzione Pd il mandato a riaprire la trattativa sull’Italicum per cambiare soglie e liste bloccate (con preferenze o collegi). “Non vogliamo evitare il ‘canguro’ ma la lumaca”, scherza ostentando tranquillità sulla partita delle riforme. Ma anche determinazione, perché la politica deve tornare in primo piano e riformare se stessa per poi “andare dai tecnici a dire che non si può cedere al ricatto di tecnocrazia e burocrazia”. Parole non nuove, per il premier, ma che vengono lette con qualche malizia in ambienti parlamentari, nel giorno in cui sul tavolo di Palazzo Chigi c’è il ‘caso’ Cottarelli. All’indomani dell’allarme del commissario della spending review per l’utilizzo dei fondi tagliati, Renzi scandisce parole che suonano come un benservito: “Cottarelli farà quello che crede. Ma la spending review la facciamo anche se va via”. Più in generale è con l’altalena dei dati che il premier si trova ogni giorno di più ad avere a che fare. E dopo aver ammesso, per la seconda volta in pochi giorni, che la “crescita è decisamente più bassa di quello che ci aspettavamo”, aggiunge: “Non siamo in condizioni di avere un percorso virtuoso che avevamo immaginato”. Il problema, spiega, è che “a livello europeo la ripresa non sta arrivando o sta arrivando in modo meno forte”. Ma se è vero che nelle prime settimane del suo governo Renzi definiva prudenti le stime di crescita del Pil allo 0,8% contenute nel Def, oggi annuncia dati al ribasso. Per affrontare al meglio la sfida dell’economia, il premier, dopo aver scelto un team di economisti ad affiancarlo, annuncia la nascita di una ‘task force’ tra Palazzo Chigi e i gruppi parlamentari del Pd di Camera e Senato, per migliorare quel “coordinamento” sui provvedimenti che ha mostrato delle falle. Intanto, è allarme conti anche per il Pd: dopo lo stop ai fondi pubblici “bisogna che un po’ di cene di finanziamento privato le facciano il presidente del Consiglio e anche i parlamentari”.  (di Serenella Mattera/ANSA)

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