Segnali di ritiro da Gaza. Ma Netanyahu, andiamo avanti

TEL AVIV. – Segnali di ritiro da Gaza. Sul campo le prime forze israeliane sembra stiano arretrando dall’interno della Striscia verso il confine, mentre altre già lo hanno varcato. Ma Benyamin Netanyahu ha assicurato stasera alla nazione che “l’esercito continuerà ad agire a tutta forza” a Gaza “fino al completamento della sua missione”. E che quelle stesse forze “saranno dislocate secondo le esigenze di sicurezza”. Nel 25esimo giorno di guerra a Gaza, il premier è apparso essersi lasciato le mani libere non confermando – ma neppure smentendo – le indiscrezioni di stampa secondo cui Israele avrebbe scelto di non trattare più un cessate il fuoco con Hamas, ma penserebbe ad un ritiro unilaterale dalla Striscia, una volta ripristinata la “deterrenza” nei confronti della fazione islamica. Una strategia – se questa sarà – in qualche modo avvalorata dal fatto che l’esercito si appresta a distruggere, come hanno rivelato fonti militari, entro 24 ore gli ultimi tunnel “conosciuti”. L’arretramento delle forze israeliane è stato confermato anche in serata da fonti locali e dal fatto che oggi l’esercito ha avvisato la popolazione di alcune zone del nord della Striscia che poteva rientrare nelle proprie case. L’accelerazione alla decisione israeliana – mentre al Cairo sono arrivate stasera le delegazioni palestinesi con in testa l’Autorità nazionale palestinese (Anp) per trattare sulla proposta di mediazione egiziana – sarebbe stata data ieri dal Gabinetto di sicurezza (durato cinque ore) convocato dal premier Benyamin Netanyahu sulle mosse da prendere dopo la notizia del possibile rapimento di un ufficiale di Tzahal. “Faremo di tutto per riportarlo a casa”, ha sottolineato oggi il premier, dopo che l’atto è stato condannato da tutta la comunità internazionale. Anche il premier italiano Matteo Renzi – in visita nella capitale egiziana dal presidente Al-Sisi – ha chiesto l’immediato rilascio del soldato israeliano confermando la scelta di pieno appoggio alla proposta di mediazione egiziana. Su un punto Netanyahu è stato anche più preciso: “Chiederemo – ha avvisato – che ogni ricostruzione e sviluppo di Gaza sia legata al disarmo di Hamas e alla smilitarizzazione della Striscia”. La strategia che Israele avrebbe intrapreso – e che comprende la scelta di non andare al Cairo per i negoziati con Hamas – è stata spiegata così ai media da un’alta fonte: “Se avvertiremo che la deterrenza è stata raggiunta lasceremo la Striscia in base al principio di ‘calma in cambio di calma’. Se ci accorgeremo invece che la deterrenza non è stata ancora raggiunta, continueremo l’azione a Gaza, oppure lasceremo il terreno affidandoci agli attacchi aerei”. Per Netanyahu la distruzione dei tunnel “colpisce il progetto strategico di Hamas che gli avrebbe consentito di rapire e uccidere molti cittadini israeliani”. Ma su un possibile ritiro unilaterale di Israele, Hamas ha fatto sapere di non sentirsi “impegnata”: il portavoce dell’organizzazione Sami Abu Zuhri ha sottolineato che Hamas “è pronta a continuare a combattere se necessario”, ma si regolerà a seconda di quello che succederà sul terreno. “Proseguiremo la nostra resistenza fino a quando i nostri obiettivi saranno raggiunti”, gli ha fatto eco Fawzi Barhum, negando che Israele abbia vinto sul campo. Anche oggi nella Striscia si è combattuto, seppur con minore intensità rispetto ai giorni passati, mentre i razzi da Gaza sono continuati a piovere nel sud di Israele ed anche su Tel Aviv, dove alle 6 locali sono risuonate le sirene di allarme e sono stati intercettati tre razzi dal sistema di difesa antimissili Iron Dome. I morti nella Striscia – dove la situazione umanitaria resta molto pesante – tra la notte scorsa e oggi sono arrivati, secondo i media palestinesi, a 78, con un totale complessivo di oltre 1600 vittime e 8000 feriti: “Per nove ore – hanno raccontato testimoni locali a Rafah – dalle sette di sera di venerdì alle sei di mattina di sabato dal cielo sono piovute le bombe di Israele. Un inferno”. (di Massimo Lomonaco/ANSA)