Iraq: incubo Obama, costretto a fare la guerra

Pubblicato il 08 agosto 2014 da redazione

NEW YORK. – “Non permetterò che gli Stati Uniti siano trascinati in una nuovo conflitto in Iraq”: Barack Obama scandisce bene la parole nell’annunciare in diretta Tv il via libera ai raid aerei in Iraq per fermare l’avanzata dei jahdisti e “il genocidio di migliaia di persone”. Un annuncio che non avrebbe mai voluto fare, lui arrivato alla Casa Bianca con la promessa solenne di porre fine a dieci anni di guerre. Invece, suo malgrado, si ritrova a essere il quarto presidente di fila a ordinare un’offensiva militare. E a compiere una sorta di “inversione ad U” rispetto a quanto predicato finora, col rischio di un vero e proprio ritorno al passato. Certo, quella annunciata è un’azione mirata e limitata – sottolinea il Commander in Chief – per colpire e fiaccare i terroristi che minacciano anche uomini e strutture Usa. Dunque una minaccia per la sicurezza nazionale. E il presidente esclude categoricamente l’invio di truppe americane sul territorio iracheno. “No boots on the ground”, continuano a ripetere ossessivamente in queste ore dalla Casa Bianca al Pentagono, passando per il Dipartimento di Stato. Ma l’incubo di ritrovarsi di nuovo impantanati nelle sabbie mobili irachene toglie il sonno all’intera amministrazione statunitense. Di certo ad Obama, che nelle prossime ore dovrebbe partire con la famiglia per le vacanze estive sull’isola di Martha’s Vineyard. Una partenza che, vista la situazione, potrebbe essere rinviata, o addirittura saltare. Il presidente sa che a questo punto la situazione può precipitare in ogni momento. La decisione di bombardare – insieme con quella di paracadutare cibo, acqua e medicinali alle popolazioni in fuga dalla furia jahdista – è stata molto sofferta, presa dopo una serie di animate riunioni del team per la sicurezza nazionale. Da mesi alcuni dei suoi più stretti collaboratori e consiglieri lo pressano per un intervento. Ma il presidente è stato fino all’ultimo riluttante sulla decisione di attaccare, così come avvenne per la crisi siriana. A giugno si era limitato a inviare in Iraq 300 “consiglieri militari”, uomini dei corpi speciali incaricati non di combattere ma di monitorare e valutare la situazione sul terreno, in parte sfuggita ai servizi di intelligence. La decisione di forzare la mano è arrivata sulla base degli ultimi sviluppi: non solo la denunciata minaccia del genocidio per le minoranze religiose nel nord dell’Iraq, ma soprattutto l’imminente vittoria dell’Isis sui curdi, tra gli alleati più fedeli degli Usa: più dello stesso governo di Baghdad guidato da Nouri Kamal al Maliki, sottolineano alcuni osservatori. Ora che il dado è tratto il futuro appare quanto mai incerto. L’intervento ha ricevuto un plauso bipartisan, con lo speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti, John Boehner, che ha definito “adeguata” la decisione di Obama. Ma denunciando la “totale mancanza di strategia” da parte della Casa Bianca in politica estera. Mentre critiche arrivano da chi accusa il presidente di aver fin dall’inizio sottovalutato la situazione: da quando decise il ritiro delle truppe Usa dall’Iraq alla mancata azione in Siria, dove i jiahdisti locali (peraltro nemici del regime di Bashar al-Assad che i falchi avrebbero voluto a suo tempo prendere di mira) oggi lottano al fianco di quelli iracheni. (Ugo Caltagirone/Ansa)

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