Papa: la Corea, il paese dove la Chiesa fu fondata da laici

CITTA’ DEL VATICANO. – Hanno tutti intorno ai vent’anni. E’ il 1770, nella Corea del confucianesimo, e per dieci anni si riuniscono tra le montagne, a Chon-jin-am, in conferenze spontanee, alla ricerca della verità. Grazie anche ai libri che Matteo Ricci aveva scritto in Cina, scoprono il cristianesimo e cominciano a fare vita di comunità, celebrando e pregando. A un certo punto si rendono conto che la nuova fede richiede dei sacerdoti, e capiscono di avere anche amministrato illegittimamente i sacramenti. Fermano il culto, che si era diffuso tra la popolazione e aveva cominciato a permeare di ideali cristiani la società fortemente classista dell’epoca, e spediscono una delegazione in Cina a parlare con il vescovo. Questi invia un sacerdote, si costituisce una comunità legittima, il cristianesimo si diffonde, rendendo anche più cosciente il popolo e favorendo la modernizzazione della società. La nuova religione entra in rotta di collisione con tradizioni, mentalità e cultura del Paese. Cominciano le persecuzioni, anche su quegli ex ventenni, anche da parte dei loro familiari. La nascita del cristianesimo coreano è una storia unica al mondo, e il confronto con i discendenti questi cristiani atipici è uno dei motivi di interesse dell’imminente viaggio del Papa nella Repubblica di Corea, l’unico paese in cui la chiesa cattolica è stata fondata da laici e il cristianesimo non è stato portato da missionari, ma scoperto da persone comuni che compivano una propria ricerca dei senso e verità. Non che in Corea nel Settecento potessero girare molti libri di Matteo Ricci; mandare una delegazione in Cina voleva dire accodarsi alla delegazione che una volta all’anno andava a rendere omaggio all’imperatore, percorrere migliaia di chilometri con mezzi anche di fortuna, passare da temperature polari a caldo soffocante e viceversa. Anche andare a studiare da prete in Cina, o a Macao, presentava incognite, e molti aspiranti sacerdoti non ce la facevano. Il cristianesimo coreano è fatto di questa grande avventura di laici, e questa prima generazione di cristiani sarà premiata da papa Francesco, che presiederà la beatificazione di un gruppo di loro martiri. Tra loro anche quello che è considerato il fondatore, Paul Yun Ji-Ching, che sarà beatificato – in un rito celebrato in latino e in corano – insieme a 123 compagni martiri, il prossimo 16 agosto presso la Porta di Gwanghwamun di Seul. Paul è stato martirizzato nel 1785. I ‘fondatori’ del cristianesimo coreano lo hanno mantenuto vivo una cinquantina d’anni prima dell’arrivo dei primi missionari francesi. Chon-Jin-Am, il luogo delle prime riunioni, è oggi un santuario ed è considerato il luogo di nascita della Chiesa coreana. Questa ha fatto ricerche storiche accurate negli ultimi anni su questa prima generazione di martiri. Alcune delle vittime delle successive persecuzioni, in parte missionari stranieri, sono già stati beatificati e canonizzati perché c’erano materiali storici attendibili. Per certi aspetti la avventura dei prossimi beati coreani ricorda la Chiesa giapponese che, ha ricordato papa Bergoglio, “è sopravvissuta per circa 250 anni senza neppure un prete e senza struttura”, una “storia importante”, da cui imparare, non solo per la resistenza alle persecuzioni, ma anche per il fatto che é il battesimo che fa la Chiesa, e “con la grazia del battesimo trasmesso di padre in figlio” anche in clandestinità e nelle persecuzioni, la Chiesa é rimasta “comunità”. I cattolici in Corea sono oggi 5 milioni e 393mila, il 10,7 per cento della popolazione, raddoppiati da quando nel 1989 Giovanni Paolo II aveva visitato il Paese. Si tratta di una comunità molto vivace, anche se alcuni lamentano una diminuzione della presenza di fedeli, soprattutto giovani, a messa. Tra origini avventurose e presente di minoranza attiva nella quarta potenza economica dell’Asia, i cattolici coreani avranno molto da dire a papa Francesco e al suo interesse per la diffusione del Vangelo in Asia.(giovanna.chirri@ansa.it)
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