Ambulanti su spiagge romagnole, noi non rubiamo

RIMINI. – “Cosa devo fare se non vendo sulla spiaggia, le rapine? Devo andare a rubare? Devo spacciare? Non c’è lavoro e qualcosa per mangiare devo fare”. Più che disperazione c’è rabbia nella voce di All Sane, 40 anni, senegalese che vive a Torino e che a Rimini è arrivato per fare la stagione da venditore abusivo sulla spiaggia. Mentre tenta di convincere i poliziotti che gli hanno appena sequestrato la merce, gesticola indicando il borsone rosso accatastato nella cabina del bagnino. “Non ho merce contraffatta, solo oggetti in legno, ridammi almeno un portafoglio”, dice al poliziotto. Sono le 4 di pomeriggio, l’ora in cui i tanti senegalesi, cinesi e cittadini del Bangladesh scendono verso riva per sistemare le bancarelle di fortuna, fatte di scatoloni di cartoni e teli bianchi. E’ l’ora in cui i turisti cominciano a passeggiare sulla battigia e si fanno gli affari migliori. Collanine e braccialetti, ma anche borse, occhiali, cinture, orologi taroccati di note marche che porti via con 30 euro al massimo. Oggi però tra i bagni 66 e 68 di Rimini i venditori abusivi hanno trovato la squadra nautica della polizia ad attenderli e la merce è finita sotto sequestro. Ieri i poliziotti in acqua scooter sono passati due volte la mattina e due al pomeriggio, scatenando il fuggi fuggi degli abusivi tra gli ombrelloni. Copione che si ripete ogni giorno in quella che è diventata una guerra. Come in ogni guerra che si rispetti sui due fronti ci si organizza, si studia il nemico, si fa della diffidenza l’arma migliore. Per parlare con loro, con i senegalesi che oggi hanno perso una giornata di lavoro, è stato necessario mostrare il tesserino da giornalista. “Perché voi state con la polizia, voi siete sempre contro i vu cumprà”, dice All Sane usando le stesse parole, “vu cumprà”, che usate dal ministro Alfano hanno scatenato diverse reazioni contro le espressioni razziste. Alfano oggi ha presentato la direttiva per rafforzare i controlli in spiaggia contro l’abusivismo e la vendita di prodotti contraffatti e All Sane non lo sa, ma ha visto e capito che negli ultimi tempi la guerra si è fatta più dura. “Ho lavorato 12 anni in fabbrica e poi per la crisi ho perso il posto – dice – ora chiedo al ministro di riavere i contributi versati così torno in Senegal. I prodotti contraffatti? Lo sanno benissimo che li fanno in Italia, noi siamo solo rivenditori”. Non è facile farsi dire da chi si riforniscono, ma poi spunta un italiano che li fornisce e non vuole essere pagato in anticipo. “Si accontenta di un acconto, poi se vendiamo lo paghiamo. Ma se non lo paghiamo, allora è un problema”. “Se potessimo scegliere non saremmo qui”, dice Mody, 31 anni, arrivato in Italia dalla Francia e come l’amico Bubu di 24 anni vive a Milano d’inverno. Coi barconi no, giurano, anche se qualcuno che l’ha fatto lo conoscono. “Noi non rubiamo, non prendiamo la roba di nessuno, piuttosto sudiamo per chilometri a vendere la merce. Quando va bene in una giornata guadagniamo 20 euro. Mai 50, mai con le collanine. Perché non ci danno uno spazio per vendere. Saremmo disposti a pagare le tasse”. La merce contraffatta rende bene. “Ieri ho venduto ad uno delle forze dell’ordine un Rolex per 30 euro. Sai quanto costa uno così originale? 50 mila euro”. Samba dice di avere 30 anni, ma ne dimostra al massimo 20. E’ quello che fa la spola tra la spiaggia e la strada e chiama i connazionali più adulti quando ci sono problemi. Sono tanti, almeno una decina che discutono per capire cosa fare visto che la merce è stata sequestrata. “Gli italiani si comportano male con noi”, dice uno. “E’ una questione di ignoranza e di razzismo, quando saliamo sull’autobus si turano il naso”, risponde un altro. “Non è per il colore della pelle, ma solo di soldi. Razzisti contro i poveri”, è la conclusione di All Sane. (di Anna De Martino/ANSA)