Anche truppe Usa in campo per salvare la minoranza Yazidi

Pubblicato il 13 agosto 2014 da redazione

BAGHDAD/BEIRUT. – I raid americani dal cielo e il lancio di aiuti umanitari in Iraq non bastano. I Paesi occidentali, Stati Uniti in testa, stanno mettendo a punto un piano per l’evacuazione di decine di migliaia di profughi, molti appartenenti alla minoranza Yazidi, rimasti intrappolati sulle montagne intorno a Sinjar. E secondo fonti citate dal Wall Street Journal una delle opzioni è un’operazione sul terreno che metterebbe le truppe americane a confronto diretto con i combattenti sunniti dello Stato islamico (Isis), quasi tre anni dopo il ritiro degli ultimi soldati Usa dal Paese. Anche il New York Times afferma che gli Usa potrebbero usare truppe di terra per salvare i rifugiati iracheni. Gli aerei americani hanno lanciato altri sette raid per fornire viveri e medicine agli Yazidi e contro le postazioni dell’Isis, secondo quanto riferito dal consigliere aggiunto alla Sicurezza nazionale, Ben Rhodes. Intanto a Baghdad, dove quattro autobomba hanno ucciso almeno 16 persone e ne hanno ferite 46, il premier ancora in carica Nuri al Maliki ribadisce il rifiuto a dimettersi, nonostante l’incarico conferito ad un altro sciita, Haidar al Abadi, per formare un governo di riconciliazione nazionale con la comunità sunnita. Il segretario alla Difesa, Chuck Hagel, ha sottolineato che i soldati americani “non torneranno in Iraq per missioni di combattimento”, dopo che il Pentagono ha deciso l’invio di 130 nuovi consiglieri militari, oltre ai 300 già presenti. Ma le pressioni crescono, anche da ambienti cattolici, perché i Paesi occidentali si muovano con decisione per salvare le popolazioni civili, in particolare le minoranze cristiane e Yazidi, dalle violenze dei jihadisti. La Conferenza episcopale francese ha chiesto esplicitamente di “usare la forza con pertinenza, giustezza e proporzione”, parlando di “genocidio” in corso. Mentre Papa Francesco, in una lettera al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha sottolineato l’esigenza di “azioni concrete di solidarietà, per proteggere quanti sono colpiti o minacciati dalla violenza”. “Eseguiremo una valutazione rapida e critica perché pensiamo che sia urgente cercare di far uscire questi profughi dalle montagne”, ha detto il segretario di Stato americano John Kerry, riferendosi ai circa 30.000 rifugiati ancora bloccati dall’offensiva jihadista. Il premier britannico David Cameron ha detto che anche Londra, che gia’ partecipa al lancio di aiuti umanitari per i profughi, ”avra’ un ruolo” nella missione internazionale di soccorso, aggiungendo che si stanno mettendo a punto ”piani dettagliati”. Cameron ha tuttavia sottolineato di non credere che sia necessario richiamare in seduta il Parlamento, che dovrebbe dare il via libera nel caso di un intervento militare. L’Iraq, insieme con la Libia e Gaza, sara’ al centro di una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri della Ue convocata per il giorno di Ferragosto dall’Alto rappresentante per la politica estera Catherine Ashton. Dalla discussione, ha detto il ministro degli Esteri italiano, Federica Mogherini, “deve uscire non solo una dichiarazione di principio condivisa su tutti e tre gli scenari di crisi, ma una decisione su un’azione comune forte e coordinata”. Intanto il presidente francese Francois Hollande ha già deciso di inviare armi per i Peshmerga curdi in prima linea contro l’avanzata dell’Isis, come già fatto dagli Usa. Il primo ministro Al Maliki, sebbene sempre più isolato sul piano interno e internazionale, resiste nel suo proposito di non dare le dimissioni, affermando che lo farà solo se dovesse dargli torto la Corte Federale, alla quale ha fatto ricorso affermando che la nomina di Al Abadi è “una violazione della Costituzione”. Intanto alcune centinaia di sostenitori di Al Maliki sono tornati a manifestare sulla Piazza Ferdus di Baghdad. Ma anche L’Organizzazione della conferenza islamica (Oci) si è congratulata con Al Abadi per l’incarico ricevuto. Prima era stato l’Iran, finora grande protettore di Al Maliki, ad appoggiare la scelta del nuovo premier, allineandosi praticamente alla posizione degli Usa. Mentre adesso anche la Siria, alleato di ferro di Teheran nella regione, ha accolto con favore la scelta di Al Abadi. (Alberto Zanconato/Ansa)

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