Assange, Ecuador chiama Londra: “E’ ora di liberarlo”

LONDRA. – Il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, resta rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. In una sorta di ‘falso allarme’ è sembrata pressoché imminente una sua consegna alle autorità britanniche che da due anni lo aspettano fuori dall’elegante palazzetto a Knightsbridge per consegnarlo alle autorità svedesi pronte a giudicarlo sulla base di controverse accuse di reati a sfondo sessuale. Invece la mobilitazione, con annessa conferenza stampa, risulta piuttosto un tentativo da parte delle autorità dell’Ecuador di attirare nuovamente l’interesse del mondo sul caso con l’obiettivo di trovare un accordo che superi l’impasse. Un accordo con Londra prima di tutto. Per questo il ministro degli Esteri dell’Ecuador, Ricardo Patiño, è’ volato fin qui ed è apparso al fianco di Assange. ”Questa situazione deve finire. Due anni sono troppo lunghi. – ha detto – E’ tempo di liberare Julian Assange. E’ tempo di rispettare i suoi diritti umani”. In un’intervista al Guardian, Patiño ha puntato il dito contro la ”mancanza di volontà da parte delle autorità di Londra di risolvere la situazione”. E adesso il capo della diplomazia dell’Ecuador vuole parlarne con il nuovo collega britannico, Philip Hammond. Spera – dice poi in conferenza stampa – nelle recenti modifiche alla legge di Londra con riferimento alle regole sull’estradizione che, spiega, possono creare un clima più favorevole nella ricerca di una soluzione. Anche Assange menziona le novità giuridiche e ne ringrazia il governo britannico, in uno slancio di ottimismo che potrebbe però risultare precipitoso. Sebbene Westminster abbia in effetti votato modifiche alle leggi che regolano l’estradizione, queste non possono essere applicate in maniera retroattiva: e un portavoce dell’Home Office ha confermato che il caso di Assange deve essere giuridicamente affrontato sulla base delle regole vigenti nel 2010, ovvero al momento in cui le autorità svedesi hanno emesso un mandato di arresto europeo. Il fondatore di Wilkileaks denuncia da sempre una persecuzione giudiziaria, un’ingiustizia dovuta al fatto che non è mai stato incriminato. Non un dettaglio, secondo Assange, ma la chiave che spiegherebbe il complotto per consegnarlo in definitiva alle autorità Usa. Le novità britanniche quindi, che escluderebbero la validità automatica di un mandato d’arresto in mancanza di incriminazione, rappresentano per Assange un barlume di speranza. Il tempo però non sembra dalla sua parte.