Peggiora clima Eurozona, ma l’euro debole aiuta Draghi

Pubblicato il 21 agosto 2014 da redazione

ROMA. – A Jackson Hole, fra le montagne del Wyoming dove s’incontreranno domani, i banchieri centrali delle maggiori economie avrebbero in apparenza di che festeggiare: le borse europee volano trainate dai record di Wall Street, e l’Eurozona viaggia con rendimenti ai minimi storici non solo del bund, ma anche dei titoli italiani o spagnoli, quest’ultimi arrivati a offrire quanto il treasury americano. Ma la realtà, specie per l’Europa, è ben diversa da quanto dicono i mercati. E suggerisce che almeno per Mario Draghi, il presidente della Bce, ci sarà ben poco tempo per distrarsi dai dossier scottanti che li aspettano in un autunno che si preannuncia difficile. Lo scenario della Bce, una crescita dell’Eurozona dell’1% quest’anno, certamente verrà rivisto al ribasso dopo il ritorno in recessione dell’Italia, la stagnazione della Francia, il Pil tedesco andato giù dopo un inverno boom. La fiducia dei consumatori europei è scesa oggi più del previsto e manifattura e servizi (indici Pmi), pur in espansione, frenano più del previsto. Il rischio è la caduta in deflazione, con i prezzi che già viaggiano ad un esangue 0,4%. Le stime di Now-Casting, un centro di previsioni in tempo reale, danno crescita zero nel secondo trimestre. L’Eurozona, secondo Domenico Giannone, professore di Economia alla Luiss e co-fondatore del centro studi, dicono che l’Eurozona non è mai veramente uscita dalla più lunga recessione dal dopoguerra e corre “un rischio altissimo” di cadere in una spirale deflazionistica. Dovrebbe – spiega l’ex economista Bce – lanciare “un mix di politiche monetarie e fiscali espansive” allentando i vincoli di bilancio dove può, cioè in Francia e Germania, ma non in Italia dove, causa il debito pubblico, ciò aumenterebbe il rischio-Paese vanificando ogni intervento della Bce. Ecco, dunque, che l’intervento domani a Jackson Hole di Draghi, il cui aiuto è invocato da Roma e Parigi e al centro di editoriali infuocati sulla stampa finanziaria, è al centro dell’attenzione dei mercati mondiali. Il bund sceso sotto l’1%, Btp e Bonos spagnoli con rendimenti a minimi record, segnalano che i mercati annusano aria di svolta, anche se altri indicatori, come la curva dei rendimenti euro, indicano incertezza. Draghi preferirebbe aspettare che entrino a regime le misure non convenzionali lanciate appena due mesi fa, con 1.000 miliardi potenziali di prestiti alle banche finalizzati alle imprese. La Bundesbank frena sul ‘quantitative easing’, l’acquisto su larga scala di bond. Ma in vista del consiglio Bce del 4 settembre Draghi potrebbe spingersi a dare il segnale che la Bce ha tutto pronto per l’emergenza. Oppure mantenere i nervi saldi: in fondo ha dalla sua un successo, il forte deprezzamento dell’euro sotto 1,33 dollari che promette di aiutare l’export europeo e stimolare l’inflazione in un mondo dove latita un po’ ovunque. Alla Bce piacerebbe un dollaro ancora più forte: secondo il Financial Times, se l’euro scendesse ancora scongiurerebbe a Draghi di dover isolare la Bundesbank per fare il ‘QE’. Ma sul fronte dei tassi di cambio al simposio americano d’agosto Draghi dovrà vedersela con Janet Yellen, che non sembra aver fretta di alzare i tassi (opportunità invece evocata da due membri della Bank of England) di fronte a un’economia che corre, ma ha ancora troppi disoccupati. Wall Street per tutta risposta corre con lo Standard & Poor’s oggi a nuovi record che traina l’Europa. E la fila di chi vorrebbe svalutare è lunga: c’è anche il Giappone con il governatore Haruhiko Kuroda, che dovrà diradare lo scetticismo sull’efficacia della moneta a ‘elicottero’ voluta dal premier Shinzo Abe che, con il Pil tornato in negativo, ancora non funziona del tutto. (di Domenico Conti/ANSA)

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