Convoglio russo entra in Ucraina. E Kiev grida all’invasione

MOSCA. – Il controverso convoglio umanitario russo entra in Ucraina senza aspettare l’ok del governo di Kiev e della Croce rossa internazionale e fa gridare all’invasione le autorità ucraine. Ma l’iniziativa unilaterale del Cremlino è condannata anche dall’Ue, che ha parlato di “una chiara violazione della frontiera ucraina”, dalla Farnesina, secondo cui si tratta di un fatto “gravissimo”, dalla Nato e dal Pentagono, che ha intimato a Mosca di ritirare “immediatamente” i suoi tir. Mentre in una telefonata con Angela Merkel alla vigilia di un’importante visita a Kiev della cancelliera tedesca, il presidente russo Vladimir Putin giustifica a spada tratta la decisione, affermando che “un ulteriore ritardo” nell’invio degli aiuti “sarebbe stato inammissibile” di fronte all’emergenza umanitaria nelle regioni russofone orientali. I circa 280 camion della colonna russa con a bordo quelli che Mosca dichiara essere aiuti per la popolazione di Lugansk – bastione separatista nell’Ucraina dell’est dilaniata dalla guerra civile – erano rimasti fermi a ridosso del confine per circa una settimana. Ma il ministero degli Esteri di Mosca ha rotto gli indugi annunciando la partenza del convoglio. In un comunicato a lettere di fuoco, ha denunciato che “tutti i pretesti” di Kiev “per ritardare l’invio degli aiuti” si erano ormai “esauriti” e ha accusato il governo ucraino di aver intensificato gli attacchi su Lugansk e Donetsk. Quello di Mosca è considerato da molti osservatori un colpo di mano dopo i precedenti accordi con Kiev e la Croce rossa internazionale, i cui operatori avrebbero dovuto accompagnare il convoglio per poi occuparsi della distribuzione degli aiuti, ma non sono voluti partire perché mancavano “sufficienti garanzie di sicurezza” per il passaggio in una zona di guerra controllata dai separatisti. A scortare i camion bianchi ci sono invece alcuni miliziani filorussi, gli stessi a cui la Russia è accusata di fornire armi. Ma a preoccupare Kiev è soprattutto il fatto che solo alcuni degli autocarri russi sono stati ispezionati dalle sue guardie di frontiera (a cui sarebbe stato impedito di controllare interamente il convoglio) per cui – secondo il ministero degli Esteri- “né la parte ucraina né la Croce rossa sanno cosa si trovi” a bordo. Kiev teme insomma che gli aiuti umanitari russi – già arrivati a Lugansk – siano in realtà una sorta di cavallo di Troia per un intervento militare di Mosca o per fornire armi e mezzi bellici ai separatisti. E il capo dei servizi di sicurezza ucraini, Valentin Nalivaicenko, dopo aver definito l’ingresso del convoglio russo “un’invasione diretta”, ha denunciato che gli autisti dei camion della colonna sarebbero carristi dell’esercito di Mosca. La Russia da parte sua respinge le accuse al mittente e sostiene che si tratta di “una missione puramente umanitaria”, preparata “in un clima di piena trasparenza e in cooperazione con la parte ucraina e il Comitato della Croce Rossa Internazionale” e mette in guardia contro “ogni tentativo di sabotaggio”. Mentre Kiev – pur assicurando che non attaccherà il convoglio per evitare “provocazioni” che potrebbero davvero dare a Mosca il destro per intervenire militarmente – ribatte che la responsabilità per la sicurezza della colonna di aiuti “in un territorio temporaneamente non controllato” dalle sue truppe “ricade interamente sulla Russia”. Critiche al Cremlino sono arrivate anche dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, secondo cui l’azione unilaterale russa “può solo aggravare la crisi nella regione”. L’Alleanza atlantica insiste inoltre ad accusare Mosca di rafforzarsi pericolosamente al confine ucraino, mentre irrobustisce a sua volta la propria presenza militare sul fronte orientale. E fonti della Difesa Usa evocano l’immagine di “18.000 uomini” in assetto da combattimento dal lato russo della frontiera. Il clima si fa insomma sempre più incandescente, mentre torna a riunirsi il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Continuano intanto i combattimenti nell’est dell’Ucraina tra le forze di Kiev, affiancate da paramilitari nazionalisti, e milizie separatiste. In quattro mesi di scontri hanno già perso la vita più di 2.000 persone e a pagare il prezzo più alto sembra siano, come spesso avviene, i civili. I ribelli – le cui roccaforti, Donetsk e Lugansk, sono circondate dai governativi – sostengono dal canto loro d’aver riconquistato due cittadine, Petrovskoie e Manuilovka, mentre le forze armate ucraine sono state costrette ad ammettere l’abbattimento di un loro elicottero due giorni fa e la morte dei due piloti. (Giuseppe Agliastro/Ansa)