Hamas alza il tiro, bimbo ucciso da un razzo su sinagoga

Pubblicato il 22 agosto 2014 da redazione

TEL AVIV. – Il conflitto a Gaza non si arresta e Hamas alza il tiro: un bambino di 5 anni di un villaggio israeliano del Neghev è rimasto ucciso da un colpo di mortaio tirato dalla Striscia (la quarta vittima civile in Israele dall’inizio delle ostilità) sullo sfondo di un’escalation segnata anche dall’attacco a una sinagoga. Per tutta la giornata lo Stato ebraico è stato oggetto di un fitto lancio di razzi soprattutto nella parte sud del paese ma i proiettili sono arrivati anche nella zona di Tel Aviv. Mentre a Gaza sono proseguiti i raid dell’aviazione dello stato ebraico con nuovi morti e una palazzina centrata in pieno in serata. E a dare il tono di un clima sempre più arroventato è giunto anche l’annuncio di Hamas di aver “giustiziato 18 collaborazionisti”. Il premier Benyamin Netanyahu – dopo l’uccisione del bambino – ha ammonito che “Hamas pagherà un duro prezzo per questo grave atto di terrorismo”. E ha dato ordine all’esercito israeliano e ai servizi di sicurezza di “rafforzare ulteriormente le attività contro le organizzazioni terroristiche di Gaza”. Secondo la ricostruzione della televisione di Stato, il bambino è morto malgrado il tentativo del padre di salvare i suoi due figli non appena sono suonate le sirene di allarme. L’uomo ha afferrato la figlia più piccola e l’ha portata in una stanza protetta. Poi è subito corso nel cortile per prendere anche il secondo figlio, ma, compiuti pochi passi, è esploso un colpo di mortaio ed una scheggia ha colpito il bambino. Poco prima un razzo sparato da Gaza aveva colpito una sinagoga ad Ashdod, nel sud di Israele, ferendo almeno due persone. In tutto i proiettili tirati dalla Striscia sono stati oltre 40. Di fronte a questi fatti, il messaggio di Netanyahu – secondo alcuni analisti – sarebbe indicativo delle prossime mosse che Israele intende intraprendere. E in serata l’aviazione israeliana ha subito colpito una palazzina nel quartiere sabra di Gaza city dove vi sarebbero numerosi feriti. L’uccisione dei 18 presunti collaborazionisti di Israele è avvenuta intanto in quella che Hamas ha definito Operazione strangolamento. Un’azione lanciata dopo gli attacchi contro il comandante militare di Hamas Mohammed Deif (che secondo l’organizzazione è ancora vivo) e contro i suoi sottoposti Mohammed Abu Shamalah, Raed al-Attar and Mohammed Barhum, in cui sono rimasti uccisi la moglie e due figli di Deif. Secondo media legati ad Hamas, le forze di sicurezza della fazione che hanno avvertito la popolazione che adesso si rende necessario rafforzare le difese contro gli informatori di Israele che potrebbero essere ancora attivi a Gaza. E le sentenze sarebbero state emesse da una Corte marziale ”rivoluzionaria”. In molti, secondo alcune testimonianze locali, avrebbero anche affollato la moschea del rione Sheikh Radwan e le vie vicine a Gaza per assistere a una nuova esecuzione pubblica. E solo a stento i responsabili della moschea sarebbero riusciti a convincere la folla a disperdersi dopo aver ripetutamente assicurato che non era prevista alcuna ulteriore esecuzione. Un fatto colto al volo da Netanyahu che, su twitter, ha ribadito la sua equiparazione: “Hamas è come l’Isis, l’Isis è come Hamas. Entrambe compiono esecuzioni di massa a sangue freddo”. Al messaggio sono state accompagnate due immagini: le esecuzioni pubbliche di presunti collaborazionisti a Gaza e l’uccisione di militari iracheni da parte dell’Isis a giugno. La situazione sul campo sembra dunque destinata a peggiorare rapidamente, né si vede allo stato attuale lo spiraglio per un’efficace azione diplomatica, mentre analisti israeliani non escludono che le fazioni radicali palestinesi mirino a questo punto ad attirare nuovamente Israele a un’azione di terra dalle prospettive incerte. Anche l’incontro a Doha in Qatar tra il presidente Abu Mazen e il capo in esilio di Hamas, Khaled Meshaal, pare sia stato burrascoso e senza frutti. Domani Abu Mazen dovrebbe volare al Cairo per provare comunque a rivitalizzare la mediazione egiziana: l’unica che finora abbia permesso perlomeno un cessate il fuoco di alcuni giorni. (Massimo Lomonaco/Ansa)

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