In Siria i primi voli spia Usa, ma Obama chiude ad Assad

Pubblicato il 26 agosto 2014 da redazione

NEW YORK. – Aerei militari americani pronti ad entrare nello spazio aereo siriano. Il Commander in Chief, Barack Obama, ha dato luce verde. Ma la loro missione al momento è solo quella di raccogliere intelligence: i raid Usa in Siria contro i jihadisti tagliagole dello Stato Islamico appaiono così sempre più probabili, anche se il presidente non ha ancora preso decisioni, secondo quanto ha fatto sapere la Casa Bianca precisando che, in ogni caso, è esclusa qualsiasi collaborazione con il regime di Bashar al Assad. Gli Usa, hanno detto fonti del Pentagono, stanno inviando nei cieli della Siria dei velivoli con pilota e senza, ovvero aerei spia U-2 e droni, dopo che Obama ha dato l’autorizzazione a voli di ricognizione già durante lo scorso week-end. Di fatto si tratta di un significativo passo in avanti verso un coinvolgimento diretto americano nel mattatoio siriano, dove in tre anni mezzo la guerra civile ha provocato – secondo una stima prudente dell’Onu – quasi 200mila morti. Ma per gli Usa, ha precisato il portavoce della Casa Bianca, “non c’è alcun progetto di coordinamento con il regime di Assad”, di cui Obama chiede da oltre tre anni l’uscita di scena e che si era invece detto pronto ad accettare operazioni militari Usa in Siria, ma solo nell’ambito di una collaborazione contro il terrorismo internazionale. Altrimenti – è l’implicita minaccia – i caccia Usa finiranno nel mirino delle sofisticate difese antiaeree siriane. Il problema è dunque colpire l’Isis senza mettere a rischio piloti e aerei Usa e senza favorire Damasco che, a sua volta, secondo quanto riferiscono varie fonti, negli ultimi tempi ha comunque lanciato centinaia di raid aerei contro i jihadisti che si sono impadroniti di larghe parti della Siria e dell’Iraq. Solo nelle ultime 24 ore i raid aerei siriani sono stati “decine” nella provincia nord-orientale di Deyr az Zor, secondo quanto riferisce l’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus). Il Pentagono, scrive il New York Times, sta elaborando frattanto piani per colpire le postazioni dell’Isis in gran parte lungo la frontiera ormai inesistente tra Siria e Iraq, utilizzando armi a lunga gittata, in mondo che i caccia Usa possano compiere la loro missione restando nei cieli iracheni. Ma le forze Usa potrebbero usare anche i bombardieri invisibili ai radar, gli Stealth-2, e anche apparecchiature elettroniche in grado di mandare in tilt i radar siriani, nonché usare missili Tomahawk, lanciandoli da navi lontane dalle coste siriane. Allo stesso tempo, l’amministrazione sta rafforzando la collaborazione e le forniture di attrezzature militari per i ribelli moderati dell’Esercito Libero Siriano, che sono sempre più schiacciati tra i bombardamenti del regime e quelli dell’Isis e continuano a perdere terreno. Per Washington rappresentano peraltro una possibile preziosa fonte di intelligence. Ma i tempi potrebbero essere ancora lunghi. Lo ha lasciato intendere anche Obama. “Il nostro messaggio a chiunque faccia del male alla nostra gente è semplice. Noi – ha detto oggi – non dimentichiamo. Siamo pazienti e arriviamo lontano. Giustizia sarà fatta”. Tuttavia, ha aggiunto, “estirpare un cancro come l’Isis non sarà facile e non sarà veloce”. E nel frattempo, i miliziani dell’Isis continuano le loro operazioni militari e i loro ricatti. Nel video della decapitazione di James Foley hanno mostrato un altro ostaggio americano, il giornalista Steven Sotloff, affermando che la sua vita dipende dalle decisioni di Obama. Adesso si è appreso che per salvare la vita ad un altro degli ostaggi Usa nello loro mani, una donna di 26 anni, hanno chiesto un riscatto di 6,6 milioni di dollari. (Stefano de Paolis/Ansa)

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