Iraq: la strage dei Turcomanni, 700 massacrati dall’Isis

BEIRUT. – “Bambini, donne, vecchi, tutti messi contro un muro, insieme agli uomini, e uccisi a colpi di fucile”. Così il rappresentante dell’Unicef in Iraq, Marzio Babille, racconta all’Ansa il massacro compiuto dallo Stato islamico (Isis) contro un’altra minoranza nel nord del Paese, quella dei Turcomanni sciiti, perseguitata come quella degli Yazidi o i cristiani, tutti considerati ‘infedeli’. Circa 700 civili, secondo quanto riferito a Babille da alcuni superstiti che sono riusciti a fuggire nella regione autonoma del Kurdistan, sono stati massacrati nel villaggio di Beshir, a sud di Kirkuk, tra l’11 e il 12 luglio scorsi, poco dopo l’arrivo dei jihadisti. La regione è storicamente al centro di contese tra le tre principali etnie del Paese, quella araba, quella curda e quella turcomanna appunto, ma fino ad ora non si erano registrati crimini di questa gravità. La denuncia del rappresentante dell’Unicef arriva mentre si teme per la sorte di altre migliaia di turcomanni che i jihadisti dell’Isis assediano dallo scorso giugno nella vicina città di Amerli. L’esercito di Baghdad ha detto di avere fatto arrivare con i propri elicotteri acqua e viveri alla popolazione, ma da Baghdad diverse voci si sono alzate per chiedere agli Usa di colpire con l’aviazione anche le postazioni degli assedianti, come hanno fatto nelle scorse settimane per salvare dalla loro furia decine di migliaia di profughi Yazidi bloccati sulle montagne intorno alla città di Sinjar, nel nord-ovest. I Turcomanni, discendenti di popolazioni di ceppo turco migrate verso la Mesopotamia nel corso dei secoli, sono minoranza dal punto di vista etnico e dal punto di vista religioso, essendo in gran parte sciiti e quindi particolarmente odiati dai sunniti fondamentalisti dell’Isis. Proprio la popolazione di Beshir era stata già vittima negli anni ’80 della politica di arabizzazione forzata della regione da parte del regime di Saddam Hussein, che aveva deportato i residenti turcomanni.  La persecuzione, in forma ancora più violenta, è tornata all’inizio dell’estate, quando le milizie dello Stato islamico sono calate sulla regione. Dapprima diecimila Turcomanni residenti nella città di Tal Afar, 70 chilometri a ovest di Mosul, sono stati costretti a fuggire a Sinjar, popolata dagli Yazidi. “Due minoranze in condizioni disperate – sottolinea Babille – si sono trovate a vivere insieme. Siamo riusciti ad aprire un corridoio per portare loro acqua potabile, i vaccini e altri mezzi per la sopravvivenza. Poi sono arrivati anche lì i terroristi dell’Isis ed è cominciata la nuova tragedia. Gli Yazidi sono scappati sulle montagne, mentre i Turcomanni sono stati trasportati in aree sciite nel sud del Paese, in particolare a Kerbala e Najaf. Tutte le nostre attrezzature e il nostro materiale sono stati distrutti”. Ora sono 80-90mila i Turcomanni rifugiati nel Kurdistan iracheno, su un totale di 440mila profughi. Tra loro, anche i sopravvissuti del massacro di Beshir, che hanno potuto raccontare al mondo quanto avvenuto. E di fronte a episodi come questo, afferma Babille, “la comunità internazionale non può più guardare dall’altra parte”.

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