Merkel chiama Draghi, è scontro sulla flessibilità

BRUXELLES. – Il sipario è appena calato sul vertice che ha deciso i ‘top job’ Ue e ha espresso la sua preoccupazioni per le condizioni di salute dell’economia europea e subito si riaccende lo scontro sulla flessibilità e le strategie per rilanciare la crescita. La cancelliera tedesca Angela Merkel e il suo ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, secondo quanto rivelato dal settimanale tedesco Der Spiegel, avrebbero infatti chiamato nei giorni scorsi il presidente della Bce, Mario Draghi, per sapere se ha cambiato idea sull’austerità. In altre parole, chiedendogli conto delle dichiarazioni fatte a Jackson Hole, dove disse che le politiche europee devono utilizzare la flessibilità disponibile all’interno delle regole per spingere la crescita e sostenere i maggiori costi determinati dalle riforme necessarie. Una posizione ripresa ancora ieri anche dal presidente francese Francois Hollande e sostenuta pure dall’Italia di Matteo Renzi. Il portavoce di Merkel, Steffen Seibert, ha smentito la ‘bacchettata’ tedesca nei confronti di Draghi, limitandosi a osservare che il governo non rende pubbliche le conversazioni confidenziali della cancelliera. Nei giorni scorsi era stato lo stesso Schaeuble ha precisare che le parole di Draghi erano state “mal interpretate”. Anche la Bce ha bollato come “inesatte” le ricostruzioni “sul fatto che la Merkel abbia chiamato Draghi per contestate le frasi dette a Jackson Hole”, senza tuttavia fornire dettagli sul colloquio: “Il contenuto della conversazione – si è schermito il portavoce – non lo commentiamo e non lo riveliamo”. Sulla flessibilità è in atto una partita che, pur coinvolgendo la Bce, si sta giocando politicamente soprattutto tra Berlino, Bruxelles, Parigi e Roma. Le poche notizie che filtrano dai palazzi Ue confermano che venerdì c’è stato un incontro tra il presidente uscente e quello entrante della Commissione, Josè Manuel Barroso e Jean Claude Juncker, e il commissario per gli Affari economici Jyrki Kataynen per discutere di alcune ipotesi di lavoro. Sul tavolo ci sarebbe l’idea di ridurre, a determinate condizioni, dallo 0,50 allo 0,25% del Pil la necessaria correzione annuale dei deficit strutturali. E di concedere uno o due anni di ‘grazia’ sulla strada dell’azzeramento del deficit a chi si impegna per realizzare le indispensabili riforme strutturali. Ipotesi che si inquadrano nell’idea di flessibilità in cambio di riforme già messa sul tavolo nei mesi scorsi e rimandata al vertice Ue in programma per fine ottobre, di cui pare si sia discusso a lungo anche ieri nel corso del summit dedicato alle nomine. E che, secondo le conclusioni del Consiglio Europeo, sarà preceduto da un summit informale su crescita e occupazione (in Italia) e una riunione dei leader dell’Eurozona. In questo contesto si inquadra anche il confronto in atto sull’attribuzione dei portafogli ai futuri commissari europei. Qui la partita, che Juncker vorrebbe chiudere entro l’8-9 settembre, si gioca sull’assegnazione della titolarità degli affari economici e monetari, ovvero colui a cui spetterà vigilare sulla corretta gestione delle finanze pubbliche da parte degli Stati membri. Le ultime indiscrezioni indicano che sarebbe caduto il veto tedesco sulla nomina di Pierre Moscovici (sostenuta da Francia e Italia), ma a condizione che il suo operato sia ‘supervisionato’ da un falco nordico del rigore a cui attribuire la carica di vicepresidente dell’esecutivo Ue. Un’altra ipotesi vedrebbe le candidature agli affari economici di Katainen e Moscovici eliminarsi a vicenda. Il rebus potrebbe essere risolto affidando a Moscovici un portafoglio ‘sviluppo’ (in pratica il coordinamento del piano di rilancio da 300 miliardi di euro annunciato da Juncker) e al finlandese le competenze sulla politica industriale. Mettendo agli affari economici l’attuale presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, che la stampa del suo Paese dà oggi in uscita dal suo incarico. O il ministro dell’Economia danese Margrethe Vestager, di cui è stata ufficializzata ieri la candidatura. E poco importa se la Danimarca è fuori dall’Eurozona, visto che la presidenza dell’Eurosummit ieri è stata affidata a Donald Tusk, premier di un altro Paese, la Polonia, fuori dall’euro. (di Enrico Tibuzzi/ANSA)

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