La Nato unita contro l’Isis. Ma l’Ue esita sulle sanzioni alla Russia

Pubblicato il 04 settembre 2014 da redazione

NEWPORT (GALLES. – Uniti contro il terrorismo islamico, più incerti di fronte alla Russia. E’ la foto di gruppo dei leader della Nato nella prima giornata del vertice dell’Alleanza. A dividere, il colpo di scena dell’annuncio che domani Kiev e separatisti potrebbero firmare a Kiev l’accordo per il cessate-il-fuoco. Gli europei domani continueranno a preparare il giro di vite sulle sanzioni della ‘fase 3′ contro Mosca. Washington le vuole coordinate con Bruxelles. Per la Nato vararle subito sarebbe il miglior modo di convincere Mosca. Ma gli europei, che da sempre puntano al “dialogo”, vogliono prima verificare se per la prima volta dall’inizio della crisi le parole si trasformassero in fatti. Gli americani, sostenuti da Londra e spinti da baltici e nordici, sono invece convinti che solo un aumento della pressione può convincere Mosca a fermare i carri armati e smettere di giocare con la propaganda. A unire invece è l’orrore della jihad. “Non ci faremo intimidire da barbari assassini” dicono Barack Obama e David Cameron. Il presidente americano ed il premier britannico lo scrivono sulle pagine del Times mentre il summit comincia commemorando le migliaia di caduti nei 13 anni di missione post 11 settembre. “Un vertice cruciale in un momento cruciale” lo definisce il segretario generale dell’Alleanza Atlantica. Il Celtic Manor, leggendario capo da golf gallese, è blindato. Misure di sicurezza eccezionali, che riflettono le minacce all’Alleanza, definita da Anders Fogh Rasmussen come “un’isola di sicurezza, stabilità e prosperità circondata da un arco di crisi”. Il segretario generale uscente le elenca: a est (“dove la Russia attacca l’Ucraina”), a sudest (dove “un’organizzazione terroristica, il cosiddetto Stato Islamico, commette atrocità orribili”) e a sud (dove regnano “violenza, insicurezza e instabilità”). Ma almeno in Afghanistan, aggiunge, è stato raggiunto l’obiettivo: “Non è più un santuario del terrorismo”. Ora contro la minaccia dell’ Isis è “la comunità internazionale” ad avere “l’obbligo” di fermarne l’avanzata, coinvolgendo tutti gli attori regionali. Il piano di azione i leader lo discutono a cena, ma anche la prudente Merkel sostiene che “l’impiego di mezzi militari può poi riaprire la strada a una soluzione politica”. E se anche la Nato, ricorda Rasmussen, “non ha ancora ricevuto alcuna richiesta da Baghdad”, è comunque pronta a tornare in Iraq: “Sono sicuro che se il governo iracheno presentasse una richiesta di assistenza della Nato, gli alleati la valuterebbero seriamente”. Il padrone di casa, David Cameron, qualifica gli jihadisti come “una minaccia diretta alla Gran Bretagna” e non esclude di partecipare con gli Usa ai raid aerei. E mentre conferma che ci sono contatti con l’Is, assicura che Londra non cederà mai ai terroristi e “non pagherà riscatti” anche se ‘John il boia’ ha annunciato che il prossimo ostaggio ad essere decapitato sarà britannico. Anzi, Cameron garantisce che “in un modo o nell’altro” John pagherà il conto alla giustizia. Ma è nel segno della guerra in Ucraina il primo atto del vertice. Il G5 Cameron-Obama-Merkel-Hollande-Renzi ha un incontro ristretto con il presidente ucraino Petro Poroshenko che dura il doppio del tempo previsto. Il premier italiano e gli europei in generale spingono per una soluzione politica, in cui – come sottolinea Renzi – la Nato “non sia un ulteriore fattore di conflittualità”. Ma Washington e Londra tengono alti i toni della tensione. Da Mosca, il ministro degli esteri Lavrov accusa gli Usa di sostenere il “partito della guerra” a Kiev. E non è certo casuale che poco dopo l’incontro tanto Poroshenko quanto i separatisti si dicano pronti a firmare il cessate il fuoco domani a Minsk. Annuncio che arriva in contemporanea alla notizia di numerose esplosioni dello strategico porto di Mariupol. Alla possibilità di un accordo chiaramente non crede il premier Iatseniuk, che i russi giudicano “uomo degli americani” e che ieri lo ha già giudicato “fumo negli occhi”. Il presidente Hollande, ad esempio, ci vorrebbe invece credere. Se scattasse la pace, dice, la Francia sarebbe pronta a dare seguito alla consegna delle navi Mistral bloccata ieri. (dell’inviato Marco Galdi/ANSA)

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