La giornata politica: Il patto del tortellino

ROMA.- Il ”patto del tortellino” tra i leader socialisti europei aiuta Matteo Renzi a proiettare la sua immagine di innovatore sullo scenario continentale, ma deve fare i conti con un orizzonte economico che prosegue sul brutto stabile. Il patto, infatti, punta ad archiviare una volta per tutte la politica di austerity in tempi brevi, ma non è chiaro di quali grimaldelli possa giovarsi. Le borse del vecchio Continente infatti proseguono nella loro intonazione negativa a soli pochi giorni dall’ennesima manovra della Bce e il Fondo Monetario ha negato che in Europa ci sia austerity, gelando Roma e Parigi e invitando tutti a proseguire nella politica di tagli alla spesa. Il fatto è che le riforme più corpose del governo italiano sul fronte economico (Jobs Act, Pubblica amministrazione e giustizia) avranno bisogno di tempo per manifestare i propri effetti, sempre ammesso che giungano in porto, e se dunque bisognerà attenderne gli esiti per chiedere più flessibilità nella gestione dei conti pubblici la speranza di porre fine all’ austerity rischia di rivelarsi una pia illusione. Dietro questa situazione si intravede la fragilità della politica degli annunci che la sinistra interna rimprovera al Rottamatore. Stefano Fassina fa sapere che l’ingresso in segreteria della minoranza è tutt’altro che scontato proprio in forza di queste contraddizioni: se in sostanza, è il ragionamento dei bersaniani, bisogna attendere i risultati delle riforme per sbloccare la spesa pubblica, e intanto si deve continuare nella politica dei tagli (almeno 20 miliardi nel 2015), la sinistra del Pd non è disponibile a condividere la linea. Del resto è stato lo stesso ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan a diluire nel tempo le chance della ripresa italiana. Renzi per ora lavora con il commissario alla spending review Cottarelli ad individuare i settori nei quali trovare i risparmi necessari a fare quadrare i conti. I ritardi nell’arrivo al Quirinale di due decreti importanti come sblocca-Italia e giustizia la dicono lunga sulle difficoltà che sta incontrando l’esecutivo. Considerato che seguirà poi l’iter parlamentare e successivamente il cammino dei decreti attuativi, si può capire la difficoltà di un’operazione da cui dipende il giudizio di Bruxelles sulla credibilità degli impegni assunti dal nostro Paese. Il sottosegretario Gozi dice che il governo è pronto a confrontarsi con la nuova commissione Ue (che entrerà in carica a novembre) sulle nuove regole per un’interpretazione più elastica della flessibilità, ma l’impressione è che – come minimo – il tutto slitterà al 2015. Intanto va approvata una legge di stabilità con i vecchi criteri e ciò rende più fragili le promesse del premier-segretario. Anche perché il panorama politico interno non promette nulla di buono. Al di là della partita con la minoranza democratica, il presidente del Consiglio non può ignorare la battaglia in corso nel centrodestra. Gli alfaniani sono sempre alla ricerca di uno spazio che valorizzi il loro ruolo in maggioranza e allo stesso tempo non chiuda i canali di dialogo con Forza Italia. Fabrizio Cicchitto sostiene che un eventuale accordo con il Cavaliere per le regionali dovrà riguardare tutto il territorio nazionale e trovare un punto d’equilibrio nel rapporto con la Lega (che non manca mai di bombardare il Ncd). Allo stesso tempo procede il percorso di costruzione di un Ppe italiano tra Udc, Ncd e popolari nel quale non è chiaro quale possa essere la funzione futura dei berlusconiani. Uno scenario di grande frammentazione che non aiuta Renzi. L’incontro con Berlusconi potrebbe slittare a causa dell’uveite che ha colto nuovamente il leader azzurro, ma il vero problema è che se la crisi economica si dovesse approfondire, difficilmente Fi potrebbe continuare nella sua opposizione morbida. (di Pierfrancesco Frerè/Ansa)

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