Pezzi pregiati dell’industria italiana emigrano all’estero

Pubblicato il 10 settembre 2014 da redazione

ROMA. – La politica industriale è stata per lungo tempo, troppo tempo, il pulcino nero che tutti ignoravano. Prima perché erano gli anni d’oro della finanza. Poi per il primato delle politiche di rigore e austerità, che prevalevano sullo sviluppo. Una impopolarità dovuta anche al fatto che politica industriale suona come sinonimo di programmazione economica che, a sua volta, richiama il concetto d’intervento dello Stato nell’economia resuscitando perfino i fantasmi delle Partecipazioni statali, con il loro carico di sprechi e corruzione. Ora però si avvertono segnali di cambiamento e scelte adeguate di politica industriale tornano ad essere considerate necessarie per rilanciare l’industria manifatturiera e battere la recessione. Ne sono convinti la presidenza del Consiglio, la ministra dello Sviluppo economico, Confindustria. Ma, nell’attesa d’interventi concreti, vale la regola riassunta in un vecchio detto: ‘Primo, non prenderle’. Si adatta bene alla situazione attuale perché passare dalle dichiarazioni d’intenti ai fatti richiede riflessioni adeguate e, nel frattempo, pezzi pregiati dell’industria italiana stanno emigrando verso altri lidi. Il caso più eclatante, quello all’onore delle cronache, è l’Ilva di Taranto, il centro siderurgico più importante d’Europa, per il quale il commissario straordinario, Piero Gnudi, sta cercando una soluzione difficile da trovare. Servono azionisti dalle spalle forti e, in mancanza d’imprenditori italiani disposti ad investire capitali adeguati, le verifiche in corso sono con Arcelor Mittal, controllata da capitali indiani e francesi, e con l’indiana Jindal. Il che, come ha sottolineato il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, rischia di creare problemi seri all’eccellenza delle eccellenze italiane, l’industria metalmeccanica, acquirente dei prodotti di Taranto. Ma altre cessioni sono in corso e rischiano d’indebolire non poco l’industria italiana. Tre esempi, in particolare, meritano di essere citati: Ansaldo Sts nel segnalamento ferroviario, Saipem nei grandi lavori (che controlla anche l’engineering di Snamprogetti), la Avio nell’aerospazio. Sono, ognuna a modo loro, dei gioielli che l’Italia rischia di perdere. I venditori hanno buone ragioni, del tutto giustificate, ma è un vero peccato. ‘Rischia di essere un impoverimento forte per il Paese’, commenta Giorgio Rossi Cairo, fondatore e amministratore delegato della Value partners, società di consulenza strategica, perché ‘c’è il rischio che il compratore punti soprattutto alle quote di mercato e finisca nel medio lungo termine per trasferire all’estero tecnologia, ricerca e centri di comando, anche se non è detto che finisca sempre così. L’esempio del Nuovo Pignone di Firenze lo conferma, ceduto dall’Eni alla General Electric è diventato sempre più un centro di competenze a livello internazionale’. Ansaldo Sts, quotata in Borsa, fa capo a Finmeccanica, holding che il nuovo amministratore delegato, Mauro Moretti, ha il compito di ristrutturare e rilanciare. Finmeccanica è capofila di attività diversificate nella difesa, nell’aeronautica e nello spazio. Troppe attività, che rischiano di essere dispersive in settori dove la concorrenza internazionale ha dimensioni di gran lunga maggiori. Ecco perché è stato annunciato un processo di selezione delle attività, con la vendita d’imprese e la concentrazione delle risorse disponibili su un numero selezionato. In più la scelta è di cedere Ansaldo Breda, nel trasporto ferroviario, che, soprattutto negli anni scorsi, è stata fonte di perdite elevate e che può trovare un compratore soltanto se messa sul mercato insieme ad Ansaldo Sts. Il risultato è che quest’ultima finirà ai giapponesi dell’Hitachi oppure alla cordata cinese, comunque uscirà dal perimetro italiano. Esattamente come un’altra azienda di tecnologia avanzata, la Avio Spazio, leader nella produzione e realizzazione di sistemi propulsivi a propellente solido per i lanciatori di satelliti. Attualmente è controllata dal fondo britannico di private equity Cinven, ma resta partecipata da Finmeccanica che mantiene voce in capitolo sulla destinazione finale. Avio Spazio è corteggiata dalla francese Safran e dall’europea Eads, prima in concorrenza tra loro poi, da qualche mese, alleate. Una alleanza che ha ridotto i margini di manovra per mantenere in Italia almeno le attività della Avio. Per quanto riguarda Saipem, infine, la scelta dell’Eni di rafforzarsi nel petrolio e nel gas, cuore delle attività di gruppo, ne comportano il probabile sacrificio. Questo può significare, per l’Italia, l’addio ad una società leader nella realizzazione d’infrastrutture per la ricerca di giacimenti d’idrocarburi, la perforazione e messa in produzione di pozzi petroliferi nonché la costruzione di oleodotti. Nel caso della controllata Snamprogetti, invece, è in gioco il destino di una società d’ingegneria che tutto il mondo ci invidia, specializzata nella progettazione e costruzione di grandi impianti come raffinerie e pipeline (cioè gasdotti, oleodotti, metanodotti). (di Fabio Tamburini/Ansa)

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