Dieci Paesi arabi con Obama. Mosca, raid un’aggressione

NEW YORK, . – “L’America non cederà alla paura”. Barack Obama ricorda gli attentati dell’11 settembre e, tredici anni dopo, mai si sarebbe immaginato di doversi impegnare in un’altra guerra. Quella che poche ore prima, parlando alla nazione in diretta tv, ha dichiarato ai jihadisti dell’Isis, annunciando una vasta e prolungata campagna di bombardamenti aerei. E l’invio di altri 475 soldati in Iraq, che però non saranno impegnati in missioni di combattimento: “Non sarà un nuovo Afghanistan o un nuovo Iraq”. Anche se la presenza militare Usa a Baghdad salirà a circa 1.600 uomini. Il presidente americano apre così un nuovo corso, un nuovo capitolo, oramai consapevole – sottolineano i media americani – che consegnerà al suo successore una situazione più difficile e complessa di quella che lui ereditò da Bush. Illustra un piano articolato, spiegando come “l’America sarà capace di mobilitare il mondo guidando una grande coalizione per respingere e distruggere la minaccia jihadista”. “Li colpiremo ovunque”, promette, ammettendo per la prima volta esplicitamente che i caccia Usa sono pronti a sferrare un’ondata di raid anche sulla Siria, dove si trovano le principali roccaforti del ‘califfato’, compresa la città di Raqqa, che i militanti di al Baghdadi hanno eletto come loro capitale. “Per chi minaccia l’America non ci possono essere rifugi sicuri”. Un passaggio del suo discorso che ha scatenato le ire di Mosca, con cui i rapporti sono già tesissimi a causa della crisi in Ucraina e delle nuove sanzioni decise da Bruxelles e da Washington. “Gli attacchi aerei in Siria senza il consenso di Damasco e in assenza di decisioni del consiglio di sicurezza dell’Onu sarebbero un’aggressione e una grossolana violazione del diritto internazionale”, tuona il portavoce del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Il Cremlino resterà dunque vigile. Ma Obama è stato chiaro: di uno come Assad che massacra il proprio popolo “non ci possiamo fidare”. Mentre un ampio sostegno in termini di aiuti militari sarà dato ai gruppi di ribelli siriani più moderati e vicini all’Occidente, già ‘foraggiati’ in gran segreto negli ultimi mesi. E se i rapporti con Putin rischiano di toccare il fondo, Obama incassa un buon risultato sul fronte arabo, con ben dieci Paesi del Nordafrica e del Golfo Persico che – al termine di un incontro col segretario di Stato americano John Kerry tenutosi a Gedda – si sono detti pronti a far parte della grande coalizione contro lo stato islamico del ‘califfo’ al Baghdadi. Coalizione che ha anche lo scopo di tagliare i finanziamenti ai jihadisti, bloccare il flusso di combattenti stranieri in Iraq e in Siria (la vera minaccia per l’Occidente) e assicurare aiuti umanitari alle popolazioni più minacciate. Ognuno avrà il suo compito. Come l’Arabia Saudita e il Qatar, che finora hanno tenuto un atteggiamento ambiguo e da cui continuano a partire ingenti risorse per alcuni gruppi di estremisti. C’è poi il sì ad Obama di Egitto, Giordania, Emirati Arabi e Libano. La Turchia – dalle cui basi sarebbe più facile attaccare molte postazioni Isis in Siria – invece tentenna ancora. Kerry vedrà il premier Erdogan (che già nei giorni scorsi ha ricevuto il capo del Pentagono Chuck Hagel) e cercherà di convincerlo a mettere da parte le paure per gli ostaggi turchi in mano all’Isis e quelle legate a un rafforzamento dei gruppi curdi che da sempre Ankara considera dei terroristi. Intanto, dopo la Francia, anche il premier britannico David Cameron ha aperto alla possibilità di un coinvolgimento militare in Iraq e in Siria, affermando di “non escludere nulla”. Un passo avanti rispetto alle precedenti parole del suo ministro degli Esteri, Philip Hammond, che aveva escluso categoricamente l’opzione militare. Così come fatto dal capo della diplomazia tedesca Frank-Walter Steinmeier. Mentre l’Italia, come riferito dal ministro della Difesa Roberta Pinotti, è pronta a inviare aerei da rifornimento e addestratori, dopo aver già fornito armi ai combattenti curdi. ( Ugo Caltagirone/Ansa)