Nino Mollinetti: esperienza a Los Teques

LOS TEQUES. – Un pomeriggio come tanti. Il signor Nino Mollinetti, all’interno della sua sartoria, è impegnato nel lavoro di una vita: taglia, cuce, e trasforma tele in vestiti eleganti. Abiti di tutti i colori riposano uno accanto all’altro, insieme a camicie, pantaloni, giacche, cravatte, a comporre un insieme di tutto ciò che potrebbe desiderare un uomo elegante ed esigente.

Mollinetti è un uomo allegro e amabile. Con il metro intorno al collo come usano i veri sarti, lascia per un momento il suo lavoro per dedicare a noi un po’ del suo tempo. La conversazione inizia ricordando la fondazione della Casa d’Italia di Los Teques e si estende nel tempo, in tutto quel lungo periodo che ha trascorso in Venezuela.

– La Casa d’Italia è stata fondata nel 1965. L’abbiamo creata con molto sacrificio, i soci donavano mensilmente una quota per creare insieme un fondo di risparmio. Abbiamo preso questa decisione per avere un luogo dove riunirci. Fino a quel momento eravamo un gruppo di immigranti che si ritrovava solamente a messa. Non sono mancate le discussioni perché anche se ci sentivamo come un’unica famiglia avevamo idee diverse su alcuni aspetti, «noi italiani siamo molto attaccabrighe – ci dice con un sorriso – ma grazie a Dio abbiamo portato avanti il progetto della Casa Italia».

Il sig. Mollinetti ricorda i suoi primi anni a Los Teques, una città con una forte componente contadina, dove l’aria era piú fresca e salubre e i contadini portavano i loro prodotti in groppa agli asini.

– Perché ha deciso emigrare?

– Non solo l’Italia ma anche il resto d’Europa erano distrutte dalla guerra. In quegli anni si parlava del Venezuela come del paese in cui era facile lavorare e guadagnare bene. Poi la realtà è sempre un po’ diversa – aggiunge tra risate.

Mollinetti è uno dei tanti italiani che ha varcato l’oceano in cerca di un paese dove poter costruire un futuro migliore. Il loro percorso non è mai stato facile e dietro la vita e anche i successi di ciascuno ci sono sempre grandi sacrifici.

Nino Mollinetti con i suoi 84 anni racconta:

– Ho tre figli (due maschi e una femmina) e non voglio che vadano in un altro paese perché emigrare significa lasciare il luogo dove sei nato ed è molto duro. Noi l’abbiamo fatto per necessità, non c’erano alternative migliori.

Nino è arrivato in Venezuela quando aveva soltanto 24 anni. Era già sarto e in Venezuela ha trovato lavoro presso un’impresa americana di confezioni nella quale è stato assunto come capo del dipartimento della confezione di pantaloni.

– In quell’epoca c’erano 3 milioni e mezzo di persone in Venezuela, e quindi il consumo era ridotto. L’impresa nella quale lavoravo ha dovuto chiudere e ho ancora vivido il ricordo delle lavoratrici che, quando l’hanno saputo, piangevano inconsolabili perché da quella fabbrica traevano la loro sopravvivenza.

Per Mollinetti quel momento è stato invece un punto di partenza perché ha preso il coraggio di avviare un’attività in proprio. All’inizio era in società con altri. La concorrenza era molta, c’erano fabbriche con più tecnologie e quindi maggiori possibilità di mercato. La società è durata circa 5 anni:

– Questo negozio non ha dato grandi risultati all’inizio, mentre ero in società, perché lo amministrava un’altra persona. Le cose sono cambiate quando l’ho preso io perché bisogna conoscere quello che si fa.

Prima di salutarci il signor Mollinetti fa per noi delle considerazioni dettate dalla saggezza di una vita trascorsa tra momenti belli e altri più difficili.

– La vita è come una corsa di biciclette. Passa in fretta. Quando abbiamo 20-24 anni pare che il mondo ti appartiene ma i 50 arrivano in un momento e ti accorgi che hai fatto molto meno di quello che avresti voluto. Non bisogna dimenticare che la vita richiede un impegno continuo.

Un’ultima domanda:

– Considerando i tanti anni che ha trascorso in Venezuela considera questo paese la sua seconda casa?

– Il Venezuela non è la mia seconda casa, ma la prima – risponde il signor Nino Mollinetti senza vacillare.

( Yessica Navarro/Voce)

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