Kobane nella morsa dell’Isis. Erdogan,serve operazione di terra

Pubblicato il 07 ottobre 2014 da redazione

BEIRUT. – Kobane è “sul punto di cadere” nelle mani dello Stato islamico (Isis), che combatte strada per strada i miliziani curdi trincerati in sua difesa. Secondo il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, non c’è più speranza di fermare l’avanzata dei jihadisti nella città curda siriana al confine con la stessa Turchia, che è pronta ad intervenire oltre frontiera solo a patto che venga istituita una fly-zone in Siria e gli Usa si impegnino per la futura rimozione del presidente Bashar al Assad. Anche l’Onu chiede un intervento immediato: “la città è sul punto di cadere”, ha detto l’inviato per la Siria Staffan De Mistura, serve “un’azione concreta” della comunità internazionale in difesa dei cittadini di Kobane, “bisogna agire subito”. Intanto la comunità cristiana viene nuovamente colpita.  Questa volta è accaduto a Knayeh, nel nord-ovest della Siria, controllata dai qaedisti del Fronte al Nusra, dove sono stati sequestrati un parroco siriano cattolico e 20 cittadini cristiani. Il sacerdote rapito è Hanna Jallouf, che vive nell’area insieme ad un altro parroco e a tre suore, francescani come lui, occupandosi di una comunità di 700 famiglie cattoliche. Tra le suore vi è un’italiana, Patrizia Guarino, di 80 anni, originaria della provincia di Avellino, che è scampata al sequestro ed ha trovato rifugio presso una famiglia del villaggio. Secondo quanto detto all’agenzia Fides dal vescovo Georges Abu Khazen, vicario apostolico di Aleppo, tra i rapiti vi sarebbero anche diversi giovani, “sia ragazze che ragazzi”. Per quanto riguarda l’Iraq, dove sono stati compiuti i primi raid contro lo Stato islamico da jet olandesi, l’Isis ha compiuto almeno quattro attacchi chimici con il gas cloro in settembre. E’ quanto ha affermato la delegazione russa al Consiglio esecutivo dell’Organizzazione per la proibizione della armi chimiche (Opac), confermando denunce circolate nelle scorse settimane. A Kobane almeno cinque raid aerei della Coalizione internazionale guidata dagli Usa non hanno impedito ai miliziani dello Stato islamico di penetrare in città, l’ultimo ostacolo sulla via della conquista jihadista di un vasto tratto della frontiera con la Turchia. I curdi dell’Ypg, l’ala militare del Partito dell’Unità democratica (Pyd), resistono disperatamente edificio dopo edificio, dopo aver fatto sgomberare anche gli ultimi civili rimasti. Ma la Turchia, il cui Parlamento ha dato il via libera la settimana scorsa ad eventuali operazioni militari oltre confine, rimane per il momento a guardare, ed è restia anche a fare arrivare nuove armi ai curdi. Erdogan, parlando a Gaziantep, nel sud della Turchia, in un campo di profughi siriani, ha sottolineato che “il terrorismo non sarà fermato dai raid aerei” e che occorre un intervento di terra. Ma chiede garanzie che l’azione internazionale porterà alla rimozione del regime di Damasco, suo grande nemico. A spiegare la ritrosia di Ankara a fornire un appoggio diretto ai combattenti curdi è anche il fatto che il Pyd è alleato del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan che da 30 anni si batte per l’indipendenza dalla Turchia. Manifestazioni in segno di solidarietà a Kobane che hanno preso di mira sia l’Isis sia Erdogan si sono svolte in vari Paesi. A Bruxelles una settantina di dimostranti hanno fatto irruzione nel Parlamento europeo. Sit-in sono stati effettuati anche nell’aeroporto di Fiumicino e in Piazza Duomo a Milano. Ma è proprio in Turchia che si sono avute le proteste più violente. Un dimostrante è rimasto ucciso e un altro ferito da colpi di arma da fuoco nella provincia orientale di Mus Varto, secondo i media arabi. Le autorità hanno imposto il coprifuoco in sei distretti della regione sud-orientale di Mardin, non lontano dal confine con la Siria. Mentre l’Iran, intanto, denuncia “la passività della comunità internazionale” di fronte all’attacco su Kobane, l’inviato speciale del presidente americano Barack Obama, l’ex generale John Allen, è atteso giovedì 9 ottobre in Turchia per discutere la strategia contro l’Isis. (Alberto Zanconato/Ansa)

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