Iran: speranze per Reyhaneh, sospesa l’impiccagione

TEHERAN/ROMA. – Appese al sottile filo di un possibile perdono, ci sono speranze che l’Iran rinunci all’impiccagione di Reyhaneh Jabbari, la giovane condannata a morte per aver ucciso l’uomo che lei sostiene stesse tentando di stuprarla. Dopo i due rinvii di aprile e di dieci giorni fa, l’esecuzione era prevista nelle ultime ore, ma sarebbe stata sospesa: “Sebbene il termine scadesse oggi, non è stata impiccata”, ha riferito il sito di notizie iraniano “Aftab”. La possibilità di un perdono da parte della famiglia dell’uomo ucciso con una coltellata da Reyhaneh, è nell’aria da mesi ed è stata evocata ancora una volta martedì dal sito statale “Iran”: “Jabbari dovrà essere giustiziata a meno che non ottenga il consenso della famiglia dell’uomo ucciso” a una commutazione della pena. Il sito ShafafNews però informa che la tesi dell’autodifesa della giovane “è stata respinta dalla magistratura”. Sul caso di Jabbari si è appuntata l’attenzione e la preoccupazione fra gli altri di Onu, Ue, Usa e anche della diplomazia italiana: di recente il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, aveva assicurato il proprio impegno per il caso e ricordato l’auspicio del governo italiano che la sentenza possa essere riesaminata nel “pieno rispetto delle procedure iraniane”. Una mobilitazione su Facebook in suo favore ha raccolto 200 mila adesioni e artisti iraniani hanno raccolto fondi per il “diyeh”, il cosiddetto “prezzo del sangue” che il condannato deve pagare alla famiglia della vittima se questa acconsente a commutare la pena capitale in detenzione. Reyhaneh Jabbari, che ora ha 26 anni, era stata arrestata nel luglio 2007 per l’uccisione di un ex funzionario del Ministero dei servizi segreti iraniano, Morteza Abdolali Sarbandi. L’uomo, 47 anni, padre di famiglia, era stato accoltellato alla schiena dalla ragazza, allora 19/enne per sfuggire a uno stupro all’interno di un appartamento abbandonato dov’era stata attratta con la falsa promessa di un impiego. Prima di fuggire la giovane studentessa di informatica, caduta nella trappola dell’uomo, presentatosi come un medico in cerca di collaboratori, aveva anche chiamato un’ambulanza che aveva portato il ferito in ospedale, dove era poi deceduto. Questa almeno, come sintetizza la versione del sito del settimanale tedesco Der Spiegal, è la ricostruzione dei fatti data dalla ragazza e avallata da Onu e Amnesty International. Una perizia medico legale non aveva rinvenuto segni di violenza carnale. Nel 2009 Reyhaneh era stata condannata a morte applicando il “qesas”, la legge del taglione, con sentenza confermata dalla Corte suprema quello stesso anno. L’Iran, dopo la Cina, è il Paese che secondo cifre di Amnesty International (Ai) applica più spesso la pena di morte: 369 esecuzioni nel 2013 anche se il relatore speciale dell’Onu per i diritti umani in Iran, Ahmed Shaheed, stima che nella Repubblica islamica l’anno scorso siano state eseguite almeno 500 impiccagioni (l’associazione “Nessuno tocchi Caino” ne conta 687). Otto esecuzioni su 10 puniscono reati di droga, sottolineano le autorità iraniane, senza però fornire cifre di agevole reperimento.

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