Crolla il petrolio, è guerra Opec contro Usa

ROMA. – La motivazione ufficiale data dagli eredi di John D. Rockfeller, fondatore della dinastia che ha costruito una fortuna immensa grazie alla Standard Oil, è che hanno deciso di aderire alla guerra contro i cambiamenti climatici puntando sulle energie rinnovabili e dicendo addio al petrolio. Risultato: circa 860 milioni d’investimenti in dollari che cambiano destinazione. Resta il fatto che il cambio di passo arriva nel momento giusto, con le quotazioni dell’oro nero che stanno rapidamente perdendo quota. Il prezzo del brent era inchiodato da tempo sopra i 100 dollari al barile e, nel giugno scorso, ha superato come media mensile i 111 dollari. Poi ha cominciato a perdere quota, in rapida progressione: -9% in agosto, -12,8% in settembre, -18,5% in ottobre con tendenza a diminuire ancora (sempre rispetto ai valori del giugno precedente). Così l’inversione di tendenza si sta trasformando in crollo dei prezzi. E conseguenze non trascurabili sono attese sulla industria manifatturiera europea, con effetti positivi perché significa taglio dei costi, più o meno significativi in quanto dipende dai consumi di energia. Una boccata di ossigeno che, di questi tempi, risulta quanto mai gradita anche se da sola non basterà per dare la spinta necessaria a ritrovare la strada dello sviluppo economico. La caduta dei prezzi ha motivazioni strutturali e un responsabile più responsabile di tutti. La ragione di base è che lo scenario internazionale, per un motivo o per l’altro, è di crisi generalizzata o perdita di slancio. L’industria manifatturiera della vecchia Europa procede a ritmo ridotto, perfino la marcia trionfale della Germania si è interrotta, la Cina continua a crescere ma con il freno a mano tirato. Inevitabile, di conseguenza, che la domanda di petrolio sia entrata in fase calante. Il tutto proprio quando i pozzi dell’area orientale della Libia sono tornati a pompare greggio portando da 400-500 mila barili a quasi un milione le quantità prodotte in soli quattro mesi, a partire da giugno. In passato sarebbe scattato il piano d’emergenza previsto dai principali Paesi produttori, con il taglio delle quantità di barili messi sul mercato. La trafila è semplice e di sicuro effetto: meno domanda significa caduta dei prezzi,che però si blocca se l’offerta viene diminuita. Il problema è che, questa volta, c’è chi non è stato al gioco: l’Arabia Saudita, che ha scelto di non diminuire la produzione. Anzi, l’ha perfino aumentata compensando i minori guadagni provocati dalla diminuzione delle quotazioni con più barili immessi sul mercato. E l’esempio è stato seguito sia dal Qatar sia dal Kuwait. A fine novembre la riunione dell’Opec servirà a capire se l’accordo tra i produttori lasciato intravedere un mese fa da Abdullah al-Badri, il segretario generale, è davvero possibile. Le sue dichiarazioni, peraltro, sono state subito seguite da una puntualizzazione di Suhail bin Mohammed al-Mazroui, ministro dell’Energia degli Emirati arabi uniti, secondo cui era troppo presto per anticipare quali decisioni avrebbe preso l’organizzazione. Resta il fatto che, per il momento, l’accordo non c’è e i prezzi del petrolio continuano a scendere. “C’è un conflitto evidente interno all’Opec – spiega l’economista Giulio Sapelli – con i sauditi che, insieme ai loro alleati, puntano a far scendere i prezzi del petrolio per mettere fuori gioco la produzione di shale oil americana e con gli iraniani schierati sul fronte opposto. Insomma una situazione in cui tutte le contraddizioni della politica estera americana emergono con evidenza”. Negli Stati Uniti lo shale oil, cioè le nuove tecniche che consentono di ricavare il greggio da rocce, raggiunge il break even quando il petrolio vale almeno 60-80 dollari al barile. Per i sauditi ostacolare l’utilizzo delle nuove tecnologie diventa vitale perché le potenzialità americane permettono, almeno sulla carta, di superare proprio la produzione dell’Arabia Saudita, finora leader incontrastato. Un sorpasso possibile, secondo alcune previsioni, tra non molti anni, nel 2020. Certo che i prezzi del greggio in caduta libera lasciano il segno, nel caso specifico non positivo, anche sui bilanci delle società petrolifere, compreso l’Eni. Se dovesse stabilizzarsi intorno a 90 dollari al barile, significherebbe su base annuale 2,5 miliardi di profitti in meno, da cui però andrebbero sottratti i vantaggi legati alla rivalutazione del dollaro sull’euro (perché l’Eni vende in dollari il greggio estratto) e i benefici per minori costi nelle attività del gruppo che hanno il petrolio come materia prima (cioè chimica di base e raffinazione). Il conto finale, dicono fonti vicine all’Eni, scenderebbe così significativamente. Il rischio invece, per l’economia europea, è che i vantaggi ottenuti dal crollo delle quotazioni del greggio svaniscano perché nello scenario attuale il nemico numero uno è la deflazione, che rischia perfino di essere accentuata dal calo dei prezzi petroliferi. (Fabio Tamburini/Ansa)

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