Brasile: l’America latina guarda al voto di domenica

BRASILIA. – Il risultato del ballottaggio nelle elezioni presidenziali brasiliane di domenica prossima avrà forti ripercussioni in tutta l’America Latina: una eventuale sconfitta di Dilma Rousseff, infatti, non solo porrebbe fine a un decennio di governo del Partito dei Lavoratori (Pt) ma costituirebbe anche un segnale politico per l’intero arco di governi progressisti o populisti del subcontinente. La prima elezione di Luis Inacio Lula da Silva, nel dicembre del 2002, segnò infatti il consolidamento di una nuova fase politica regionale, apertasi con la prima vittoria di Hugo Chavez in Venezuela (1999) e poi allargatasi all’Argentina, con l’elezione di Nestor Kirchner (2003), alla Bolivia con quella di Evo Morales (2005), all’Uruguay con Tabaré Vazquez (2005) e all’Ecuador con Rafael Correa (2006). La “marea rosa” che investì il subcontinente nel primo decennio del secolo rappresentava una novità assoluta nella storia latinoamericana, dominata per anni dallo scontro fra movimenti rivoluzionari ispirati dalla Rivoluzione cubana (1959) e governi di destra – militari, autoritari, appoggiati da Washington e spietati nella repressione – che si è concluso con la sconfitta della sinistra più o meno marxista. Dieci anni dopo, la situazione è cambiata radicalmente: la fine della Guerra Fredda ha ridotto l’interventismo esterno nella regione, le istituzioni democratiche si sono consolidate e la riforme sociali e le circostanze favorevoli nell’economia mondiale hanno portato alla nascita di una nuova classe media di circa 50 milioni di cittadini, secondo la Banca Mondiale. Questa nuova classe media, nata nel continente con maggiore diseguaglianza sociale del mondo, porta con sé nuove richieste e nuove aspirazioni: la fame, l’emarginazione sociale e l’alta disoccupazione non sono più le priorità, sostituite dall’istruzione, dalla lotta alla corruzione e alla criminalità. Più ricca e più giusta, l’America Latina resta violenta, e con una mobilità sociale ancora fragile ed incerta. Una eventuale vittoria di Aecio Neves non solo costituirebbe un’avvertimento alle forze progressiste latinoamericane, ma porterebbe anche a una riformulazione totale del quadro di alleanze regionali: il Brasile, per esempio, non sarebbe più la sponda sulla quale può appoggiarsi Nicolas Maduro in vista di possibili nuovi scossoni nel Venezuela, segnato da una profonda crisi economica e da una polarizzazione politica senza sbocchi. Non solo la rete di organismi regionali sponsorizzata da Hugo Chavez – in primis l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (Alba) e la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (Celac)- ne risulterebbe compromessa, ma anche il Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Venezuela) sarebbe sottoposto a riforme sostanziali. Questo senza escludere l’impatto diretto del risultato elettorale di domenica in Brasile: una sconfitta di Dilma sicuramente avrebbe una influenza importante sul molto probabile ballottaggio presidenziale in Uruguay del 30 novembre, al quale la sinistra al governo si presenta con qualche difficoltà, nonché sulle presidenziali dell’anno prossimo in Argentina, per le quali non esiste un candidato ufficiale del peronismo kirchnerista, alleato tradizionale dei governi brasiliani del Partito dei lavoratori.

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