Il verbale di Napolitano, le stragi del ’93 per destabilizzare

Pubblicato il 01 novembre 2014 da redazione

PALERMO. – A tre giorni scarsi dall’udienza, la Corte d’Assise di Palermo che celebra il processo sulla trattativa Stato-mafia, ha messo a disposizione delle parti, e quindi reso pubblica, la deposizione presidente della Repubblica. Tre ore di botta e risposta con pm e legali che hanno toccato diversi argomenti: come i rapporti con l’ex consigliere giuridico D’Ambrosio e le fibrillazioni istituzionali dopo le bombe mafiose del ’93 percepite, allora, come un aut aut di Cosa nostra allo Stato e un tentativo di destabilizzare il Paese. Fuori da quanto appreso subito dopo l’udienza da avvocati e Procura, però, resta poco o niente. Qualche virgolettato, la parola originale al posto del sinonimo, ma il senso della deposizione è quello venuto fuori dalle indiscrezioni. Napolitano ha risposto a tutte le domande anche se in un passaggio ha voluto ricordare l’impervio crinale sul quale si muoveva deponendo, stretto come era tra “le prerogative del Capo dello Stato così come sono sancite dalla Costituzione Repubblicana” e l’intenzione di “dare nello stesso tempo il massimo di trasparenza” al suo operato e “il massimo contributo anche all’amministrazione della Giustizia”.  Una precisazione che, però, non è stato un sottrarsi alle domande dei pm Vittorio Teresi e Nino Di Matteo o a quelle dei legali. Tanto che più volte Napolitano ha scelto di rispondere anche a domande ritenute inammissibili dalla corte. Come già emerso dopo l’udienza, dopo i “convenevoli istituzionali”, il presidente della Repubblica ha parlato dei suoi rapporti con Loris D’Ambrosio. Conosciuto nel ’96, ritrovato al Quirinale al suo insediamento e confermato nello staff con compiti maggiori rispetto a quelli che gli aveva assegnato il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi. Napolitano non ha perso occasione per ribadire la stima verso D’Ambrosio ricordandone “lealtà” e spirito di servizio. E più volte è tornato sull’angoscia di D’Ambrosio dopo la campagna di stampa seguita alla pubblicazione delle intercettazioni delle sue telefonate con l’ex ministro Nicola Mancino, tra gli imputati del processo. “Era un uomo profondamente scosso, amareggiato perché vedeva mettere in dubbio la sua lealtà di servitore dello Stato. La sua era una lettera di uomo sconvolto, scritta d’impulso, con l’obiettivo di dimettersi”, ha detto in merito alla lettera del giugno 2012 in cui il collaboratore annunciava la volontà di lasciare l’incarico. Ma sul passaggio dello scritto in cui D’Ambrosio cripticamente alludeva a timori di avere fatto “l’utile scriba” usato come scudo di “accordi indicibili” tra il 1989 e il 1993, passaggio che i pm interpretano come l’allusione del consigliere al fatto che il suo lavoro nella preparazione di leggi antimafia fosse un paravento di una sorta di trattativa sotterranea, Napolitano è netto: mai saputo nulla. “Non ebbi con lui discussioni sul passato”. Resta per i pm il giallo dell’espressione “come detto anche ad altri” usata da D’Ambrosio nella lettera. “Cosa voleva dire?”, si chiedono in Procura. Il capitolo D’Ambrosio ha lasciato il posto agli anni delle stragi. Da via D’Amelio, “una tragedia che rappresentò un colpo di acceleratore decisivo per la conversione del decreto legge 8 giugno ’92 sul carcere duro”, ha detto Napolitano, alle bombe del 1993. “Come vennero percepite a livello istituzionale?”, gli hanno chiesto i pm. “La valutazione comune alle autorità istituzionali in generale e di Governo in particolare – ha risposto il capo dello Stato – fu che si trattava di nuovi sussulti di una strategia stragista dell’ala più aggressiva della mafia, si parlava allora in modo particolare dei corleonesi, e in realtà quegli attentati, che poi colpirono edifici di particolare valore religioso, artistico e così via, si susseguirono secondo una logica che apparve unica e incalzante, per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut-aut, perché questi aut-aut potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure soprattutto di custodia in carcere dei mafiosi o potessero avere per sbocco la destabilizzazione politico-istituzionale del paese”. Tanto che quando ad agosto del 1993 ci fu un black out a Palazzo Chigi si temette un golpe imminente. Poi è la volta dell’allarme attentati allo stesso Napolitano all’epoca presidente della Camera e a Giovanni Spadolini che il Sismi lanciò nel 1993. Napolitano fu informato dall’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. “Non mi scomposi minimamente, anche perché ho sempre considerato che servire il Paese significa anche mettere a rischio ipotesi di sacrificio della propria vita”, ha risposto. I timori non gli impedirono di partire per Parigi, comunque, seppure accompagnato dalle squadre speciali dei Nocs. La lettura delle trascrizioni conferma l’immagine, raccontata dalle parti, di un Napolitano sereno, pronto alle battute sulla sua memoria non da “Pico della Mirandola”, davanti a domande su fatti passati, e al richiamo scherzoso al legale di Totò Riina “avvocato lei non è attento”. Un esame, quello dell’avvocato del boss, molto atteso, dopo le polemiche seguite all’ammissione della richiesta di poter sentire direttamente Napolitano fatta dal legale. Ma molte delle domande del difensore sono state ritenute inammissibili o superflue. (di Lara Sirignano/ANSA)

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