L’America vota per il Congresso, referendum su Obama

NEW YORK. – America ai seggi per le elezioni di midterm: in ballo ci sono il rinnovo dell’intera Camera dei rappresentanti e di un terzo del Senato, oltre alla poltrona da governatore in 34 Stati. Questa volta però gli elettori – che secondo i sondaggi giudicano il Congresso uscente come uno dei peggiori della storia – hanno considerato il loro voto anche come una sorta di referendum sul presidente Obama, da mesi in calo costante di consensi. Tanto che il presidente stesso e’ sembrato alquanto pessimista in una telefonata ad una radio del Connecticut, con ancora le operazioni di voto in corso. Per i democratici siamo di fronte al peggior scenario possibile dai tempi di Dwight Eisenhower, ha detto, aggiungendo che “ci sono molti stati in bilico che tendono verso i repubblicani”. E la tendenza a tirare in ballo l’operato di Obama è stata di fatto alimentata anche dagli stessi candidati, di entrambi i partiti. In campagna elettorale i democratici hanno infatti cercato di prendere il più possibile le distanze dall’inquilino della Casa Bianca, preferendo avere come ‘sponsor’ l’ex presidente Bill Clinton o la sua ex first lady e possibile candidata presidenziale, Hillary Clinton. A loro volta i repubblicani si sono impegnati in ogni modo a criticare Mr President, mettendo l’accento sulla sua politica, piuttosto che sulla loro. In particolare, o repubblicani non hanno presentato un vero programma, ma hanno invece alimentato il risentimento o i timori per l’economia, l’Ebola o l’Isis. Uno dei ‘big’ del partito, John McCain, è arrivato anche ad affermare che con una maggioranza Gop al Senato, oltre che alla Camera, Obama verrebbe sottoposto a pressioni crescenti per rafforzare la sua strategia contro lo Stato islamico, anche inviando truppe sul campo. “Immaginate cosa questo presidente potrà fare negli ultimi due anni del suo mandato se non vinciamo la maggioranza del Senato”, è stato ad esempio lo spauracchio lanciato in una manifestazione elettorale dal candidato senatore repubblicano in North Carolina, Thom Tillis. Sulla vittoria al Senato i repubblicani si sono giocati tutto, concentrandosi in particolare su cinque degli Stati chiave: Montana, West Virginia, South Dakota, Arkansas e Louisiana. Ma è stata battaglia anche in altri cinque, più incerti: Alaska, Colorado, Iowa, North Carolina e New Hampshire. Fondamentale anche il Kansas, dove però ha sparigliato un candidato indipendente, Greg Orman. Quello su cui ha puntato molto la macchina democratica è stata l’affluenza al voto per fare la differenza. Questo perché nonostante queste siano le elezioni di midterm più costose della storia Usa, con un conto da oltre quattro miliardi di dollari, sono state anche le meno seguite dagli elettori. Normalmente, le elezioni di metà mandato vedono un numero limitato di elettori alle urne, compreso tra il 39 e il 42 per cento. Anche per questo gli elettori sono stati più volte esortati ad andare a votare anche dallo stesso Obama, che anche nel giorno del voto ha continuato a mantenere un basso profilo, senza apparizioni pubbliche – solo la telefonata alla radio del Conncticut – ma ancora per esortare ad andare a votare nonostante le difficoltà registrate in alcuni seggi dello stato. In una battaglia così serrata, ogni voto conta, dunque, ma per i risultati definitivi potrebbero volerci anche un paio di mesi, poiché in due Stati chiave, Georgia e Louisiana, è previsto che i candidati vadano al ballottaggio se nessuno di loro ottiene il 50 per cento più uno dei voti, e stando ai sondaggi, oggi nessuno sembra in grado di ottenerli: qualora andasse così, in Louisiana lo ‘spareggio’ ci sarà il 6 dicembre, in Georgia invece il 6 gennaio, ovvero tre giorni dopo la data prevista per l’insediamento del nuovo Congresso. (di Stefano de Paolis/ANSA)