Renzi, no a scontro su lavoro. Camusso, l’ha innescato lui

Pubblicato il 07 novembre 2014 da redazione

ROMA. – Ancora un duro botta e risposta, a distanza, tra il premier Matteo Renzi ed il leader della Cgil, Susanna Camusso. “Guai a pensare che si possa fare del mondo del lavoro il terreno dello scontro”, dice il presidente del Consiglio dall’inaugurazione del nuovo stabilimento di Piaggio Aerospace a Villanova d’Albenga, in provincia di Savona. E’ “stato Renzi a innescare lo scontro sul lavoro”, dividendo anche i lavoratori (tra “pubblici e privati, tra stabilizzati e non stabilizzati”, tra i ‘vecchi’ e i ‘nuovi’) e togliendo i diritti invece di estenderli, e quindi tocca a lui “risolverlo”, ribatte il numero uno del sindacato di corso d’Italia. Che poi rincara: “Noi ci mettiamo la faccia, stiamo con i lavoratori e prendiamo le manganellate”, riferendosi agli scontri tra operai e forze dell’ordine al corteo per l’Ast della scorsa settimana. Al centro la riforma del mercato del lavoro. “Il Jobs act estende diretti e doveri. Camusso riconosca questo ed il dialogo sarà più facile”, afferma il presidente del Pd, Matteo Orfini, replicando a sua volta alle affermazioni del segretario generale della Cgil.  A Torino, invece, ospite della Job fair ‘Io lavoro’ per un incontro sulla Garanzia giovani, il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, viene contestato da alcuni studenti, secondo cui “il Jobs act è una farsa: ci renderà ancora più precari e senza garanzie”, sostengono. “Con il Jobs act vogliamo invertire la situazione attuale che vede l’85% dei contratti precari” attivati, risponde Poletti, tornando invece a difendere la delega sul lavoro, ora in commissione Lavoro della Camera. Già nei giorni scorsi il premier, intervenendo all’assemblea degli industriali a Brescia, aveva parlato di “un disegno per dividere il mondo del lavoro” (tra “lavoratori e padroni”) andando allo “scontro verbale e non solo”. E aveva ammonito a non “sfruttare il dolore dei cassintegrati e dei disoccupati” per attaccare il governo. Pronta era arrivata la replica della Cgil (“evoca fantasmi e complotti”), secondo cui la strada intrapresa da Renzi “è proprio quella che divide il Paese”. Il premier torna, quindi, sull’appello già “fatto” e che “rifarò”, dice parlando proprio della riforma del mercato del lavoro, affinché ci sia la “capacità di non mettere gli uni contro gli altri” (“si possono avere idee diverse, opposte, è normale, è la bellezza del confronto e della dialettica democratica” ma “guai”, appunto, a farne un terreno di scontro). Affinché ci sia il senso di “appartenenza” alla fabbrica, al luogo di lavoro, dice citando Gaber. Per Camusso, invece, Renzi “deve interrogarsi sulla linea che ha proposto”, quella “della divisione”, e “deve risolvere lo scontro”. E la premessa è che “dobbiamo ragionare su un mondo del lavoro unito e unitario e per questo la prima condizione è togliere di mezzo le divisioni e le volontà di ulteriori divisioni”. Di qui la necessità, per la Cgil, di mettere in campo una “politica economica anziché fare i ragionieri”, davvero a sostegno dell’occupazione e dell’industria: insomma “il governo deve cambiare verso”. Tra le richieste, oltre al pressing per modificare la legge di Stabilità e il Jobs act (il Paese “ha perso negli ultimi anni 16 miliardi per la corruzione e non per l’articolo 18”), il leader della Cgil rilancia anche quella di estendere gli 80 euro agli incapienti. A difendere la delega sul lavoro torna anche Poletti che sottolinea in particolare il “segnale dato” sui contratti a tempo indeterminato (con gli sgravi per le assunzioni stabili) e assicura le risorse per gli ammortizzatori sociali.

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