La Legge elettorale arriva in Senato

Pubblicato il 07 novembre 2014 da redazione

ROMA. – Partirà la prossima settimana in commissione Affari costituzionali l’iter in Senato della riforma elettorale, licenziata dalla Camera lo scorso 12 marzo. Dopo otto mesi di attesa, infatti, l’ufficio di presidenza della commissione guidata da Anna Finocchiaro, martedì incardinerà il testo, con l’obiettivo di concludere l’esame per l’Aula entro Natale. Ma a pochi giorni dalla partenza sono ancora diverse le ipotesi in campo, ognuna delle quali è gradita di più o di meno ai vari partiti. Sarà dunque l’asse politico che Renzi privilegerà, a determinare la soluzione. Il testo licenziato dalla Camera prevede un premio di maggioranza alla coalizione che supera il 37%, con ballottaggio tra le prime due coalizione se nessuno raggiunge questo “score”. Ci sono poi le soglie: 12% per le coalizioni, 8% per i partiti che vanno da soli, 4,5% per quelli dentro le coalizioni. I seggi vengono assegnati in 120 collegi plurinominali dove sono eletti tra i 3 e i 6 deputati in listini bloccati. L’unica cosa certa è che l’Italicum verrà modificato. C’è infatti un accordo per innalzare al 4% la soglia che assegna il premio. Ma l’accordo si ferma qui perché la prima novità, proposta da Renzi a Berlusconi mercoledì, è che il premio vada non alla coalizione ma al partito. Su questo punto Berlusconi ha esitato: Fi oggi è il terzo partito e, fuori da una coalizione, non andrebbe neanche al ballottaggio. A favore di una corsa tra partiti è invece Ncd. Visti i rapporti sempre più tesi con Fi e il suo alleato privilegiato, la Lega, al partito di Angelino Alfano va bene un primo turno in cui ogni partiti corre con le proprie bandiere, per poi fare accordi successivi. Questo schema interessa anche alla Lega e a Sel-Tsipras e soprattutto a M5s. E un dialogo a “due forni” è per Renzi una carta in più. Ma per i piccoli diventa dirimente la soglia di sbarramento. Renzi a Berlusconi ha parlato di uno sbarramento al 5% che però non va bene ai “piccoli” che puntano al 3%. Il Cavaliere gradisce invece uno sbarramento alto, così da costringere i piccoli a entrare in un “listone” unico con Fi (Ncd ma anche Fdi-An) oppure a venir tagliati fuori dall’assegnazione dei seggi, a vantaggio proprio di Fi. L’altro grosso nodo sono le preferenze. Non le chiede solo Ncd ma anche M5s e, soprattutto, una larga parte del Pd, con le minoranze in testa. Ma Berlusconi teme che le preferenze gli consegnino un gruppo parlamentare dominato dai “fittiani”, grandi raccoglitori di preferenze. Il leader di Fi aveva proposto di tenere i capolista dei collegi bloccati, prevedendo le preferenze dal secondo posto in giù. Ma con i collegi piccoli dell’Italicum, solo il Pd elegge più di un deputato in ciascun collegio e le preferenze varrebbero solo per lui. In più anche la minoranza dei Dem è contraria a questa soluzione. Renzi ha proposto a Berlusconi due ipotesi che conducano ad eleggere il 70% dei deputati con preferenza e il 30% in listini bloccati. La prima è un sistema con i collegi plurinominali in cui ci sono le preferenze, a fianco dei quali ci sono listini su base regionale, come il vecchio Mattarellum (lì la percentuale era 75-25), compreso lo scorporo, il che permette a un partito come Fi di avere in rapporto più eletti nel listino che non nei collegi. La seconda ipotesi sono collegi molto più grandi, da un milione di elettori, in ciascuno dei quali si eleggono circa 10 deputati con preferenze, tranne il capolista che è bloccato. (di Giovanni Innamorati/ANSA)

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