Isis: torna il dinaro d’oro, la moneta del primo Islam

Pubblicato il 17 novembre 2014 da redazione

BEIRUT. – Impegnato in una guerra su un vastissimo fronte tra Iraq e Siria e sottoposto ai bombardamenti della Coalizione internazionale a guida Usa, l’Isis sembra sempre più intenzionato ad accreditarsi come vero e proprio ‘Stato’ islamico. Dopo l’annuncio dell’emissione di passaporti e l’istituzione di una linea di trasporti tra i due Paesi, i predicatori di diverse moschee, in particolare a Mosul, in Iraq, hanno annunciato nei giorni scorsi l’intenzione di reintrodurre il dinaro d’oro, moneta degli albori dell’Islam, in sostituzione del regolare dinaro iracheno e della lira siriana. Oltre al dinaro d’oro, sarebbe coniato il dirham d’argento, secondo quanto scrivono diversi siti arabi, riferendo gli annunci fatti durante le preghiere collettive dello scorso venerdì. Se dovesse effettivamente essere avviata, l’operazione dimostrerebbe la forza economica di cui lo Stato islamico dispone, potendo contare su entrate di un milione di dollari al giorno dalla vendita sul mercato nero del petrolio estratto dai pozzi caduti nelle sue mani sia in Siria sia in Iraq, secondo stime degli Stati Uniti. “E’ il gruppo meglio finanziato che si sia mai visto”, ha affermato Matthew Levitt, direttore del programma di antiterrorismo presso il Washington Institute for Near East Policy. Finanziamenti che provengono anche dal racket dei rapimenti e delle estorsioni. Lo scorso luglio miliziani e simpatizzanti dell’Isis avevano fatto circolare fotografie dei passaporti che a loro dire lo Stato islamico si apprestava a distribuire ai cittadini residenti nei territori occupati, che secondo alcune fonti erano stati stampati a Mosul. Contemporaneamente il ‘Califfo’ Abu Bakr al Baghdadi aveva lanciato un appello ai militanti islamici di tutto il mondo, in particolare medici, ingegneri, magistrati e manager, perché immigrassero nei territori sotto il suo controllo al fine di aiutare la nuova entità a darsi una struttura statale degna di un vero e proprio Paese. Sempre in quei giorni era stato avviato un servizio di linea di autobus due volte alla settimana tra le zone sotto il controllo dell’Isis in Siria e la provincia irachena di Al Anbar, ad ovest di Baghdad. Ma lo Stato islamico, che si è già contraddistinto per la feroce applicazione della legge islamica con decapitazioni e lapidazioni sulla pubblica piazza, si trova in questi giorni a fare i conti con una controffensiva dell’esercito iracheno nella provincia di Salahuddin, a nord di Baghdad, con l’accanita resistenza dei curdi nella città siriana di Kobane e con i continui raid aerei della Coalizione a guida Usa. Secondo un bilancio fornito oggi dall’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), almeno 746 jihadisti dell’Isis sono stati uccisi nei bombardamenti in corso dal 23 settembre in questo Paese, insieme a 68 miliziani del Fronte al Nusra, la branca siriana di Al Qaida. Ma la stessa fonte afferma che nei raid della Coalizione sono morti anche 50 civili, tra cui otto bambini, in particolare all’interno o vicino ai pozzi petroliferi e alle raffinerie delle province di Deyr az Zor e Hasaka, da dove lo Stato islamico trae gran parte della sua ricchezza. In Iraq, intanto, almeno 14 persone sono morte in una serie di attentati suicidi che hanno preso di mira soldati e poliziotti e che sembrano da attribuire all’Isis. (di Alberto Zanconato/ANSA)

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