In Birmania tramonta il sogno della presidenza per Aung San Suu Kyi

Pubblicato il 19 novembre 2014 da redazione

BANGKOK. – Se mai c’è stata una speranza, ora sembra davvero tramontata: Aung San Suu Kyi non sarà presidente della Birmania nel 2015. L’ammissione è arrivata oggi dal portavoce dello stesso partito della “Signora”, dopo che ieri da alti esponenti delle autorità erano già giunti segnali sull’impossibilità di emendare la Costituzione, che al momento preclude la carica di capo dello Stato alla Premio Nobel per la Pace.

Suu Kyi attends the Hospitality and Catering Traning Academy

“Non possiamo vincere” questa battaglia politica, ha detto Nyan Win della Lega nazionale per la democrazia (Nld), riferendosi allo sforzo per convincere le influenti forze armate ad eliminare una norma della Carta che sembra fatta apposta per tenere a freno le ambizioni di Suu Kyi. L’articolo 59(f) vieta infatti la presidenza a chi abbia familiari stranieri: proprio il caso della leader dell’opposizione, che ha due figli britannici. Ieri, un colonnello e parlamentare aveva già fatto capire che l’esercito non ha intenzione di mettere mano alla Carta prima delle elezioni previste tra un anno. In una conferenza stampa, il presidente del Parlamento, Shwe Mann, aveva inoltre menzionato un referendum da tenere il prossimo maggio sui possibili cambiamenti, precisando però che nessuna norma sarebbe stata modificata nei mesi prima del voto. Il tutto conferma quello che era nell’aria già da tempo: dopo le iniziali aperture del nuovo governo, che dal 2011 avevano creato un’atmosfera euforica per la “nuova Birmania”, le riforme hanno raggiunto una fase di stallo. Nonostante la liberazione di 2.000 prigionieri politici e il passaggio di Suu Kyi da detenuta a deputata, l’esercito gode ancora di enorme influenza, anche grazie anche al 25% di seggi parlamentari che la Costituzione gli garantisce. Settori cruciali dell’economia birmana sono nelle mani di generali o magnati vicini all’ex dittatura. La tempistica dei nuovi sviluppi colpisce però per la vicinanza con la recentissima visita di Barack Obama in Birmania. La settimana scorsa, il presidente Usa aveva rivolto un appello per elezioni “libere ed eque”, incontrando il presidente Thein Sein e la stessa Suu Kyi. Lamentando il lento progredire delle riforme, Obama aveva cercato di iniettare fiducia in un progetto di democratizzazione sul quale la Casa Bianca ha puntato con forza e aveva catalogato in fretta come un successo di politica estera. A questo punto le aspettative di Usa e Ue rischiano però di rimanere vane, con Washington e Bruxelles ormai senza neanche l’arma delle sanzioni economiche, rimosse per incoraggiare le riforme. L’Nld, che per emendare la Costituzione aveva presentato una petizione con cinque milioni di firme, rimane il grande favorito al voto – sempre se questo sarà regolare. Suu Kyi potrebbe sempre fare da guida senza necessariamente ricoprire una carica; ma a quasi 70 anni, deve ormai contemplare il fallimento di quella che forse sarà la sua ultima chance politica. (di Alessandro Ursic/ANSA)

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