200 volte Di Natale, El Pibe di provincia

ROMA. – Maradona di provincia. L’etichetta che lo celebra con stima e affetto e’ firmata dall’allenatore con cui ha stabilito un sodalizio inossidabile, Francesco Guidolin, ma sottintende forse anche il rimpianto di non aver potuto mostrare il suo grande talento su palcoscenici piu’ prestigiosi. Ma Toto’ Di Natale, uno dei campioni piu’ fulgidi e meno reclamizzati del calcio italiano, e’ fatto cosi’: ha sempre preferito l’atmosfera dei piccoli club ai fasti e alle incombenze di quelli da scudetto. E ora che con la prodezza da opportunista al Chievo festeggia i 200 gol in 400 gare in serie A la sua scelta minimalista lo ripaga abbondantemente degli onori che avrebbe potuto monetizzare in altri contesti. Solo Baggio e Totti negli ultimi decenni hanno passato la cifra monstre in un calcio decisamente piu’ complicato e comunque il club dei 200 comprende oltre a loro solo attaccanti prestigiosi come Piola, Nordhal, Meazza e Altafini. Un parterre de rois che vede il napoletano, trapiantato prima in Toscana e poi in Friuli, al settimo posto assoluto con vista sul sesto del Divin Codino da cui lo separano cinque reti. Ma se salute e voglia lo convinceranno a giocare un’altra stagione potrebbe issarsi fino ai 217 che gli garantirebbero il quarto posto. Dettagli, comunque, a fronte di una carriera fatta di gavetta, sudore e sacrificio a sgobbare a lungo sui campi di tutta Italia per guadagnare gol per la salvezza e poi per la zona Europa, mai per uno scudetto o una Champions da giocare con continuita’. Da una famiglia numerosa di Pomigliano d’Arco Toto’ si stacca per tentare la sorte nelle minori dell’Empoli ma deve combattere la nostalgia: a 19 anni vorrebbe tornare a casa e solo il suo idolo Montella lo convince a tenere duro. Poi il matrimonio e i due figli in Toscana, il passaggio a Udine in un altro ambiente a misura d’uomo dove mostra le sue spiccate qualita’ guidato da Spalletti in un tridente con Di Michele e Iaquinta. Ma e’ con Marino, che lo trasforma in prima punta per la partenza di Quagliarella, che Di Natale fa esplodere il suo talento. Punizioni, rigori, conclusioni di rapina, in acrobazia, cucchiai, tacchi, rovesciate il suo campionario speciale e in breve diventa un uomo mercato. Una consapevolezza che lo porta a vincere due titoli di capocannoniere. Poi nel 2010 il gran rifiuto alla Juve (dopo quello del 2005 alla Roma) sulla scia di Riva e altri eroi di un calcio di bandiere ‘adottive’, anche per evitare trasferimenti familiari lontano dall’atmosfera placida e felice di Udine. Un campione a tutto tondo, che ama la vita semplice, ha la passione del golf e della pesca, ma non ha perso contatto con la realta’. Quando muore il suo amico Morosini si prende cura della sorella disabile, che non ha piu’ nessuno al mondo. Il suo rammarico e’ aver saltato il mondiale vincente del 2006 in un rapporto lungo ma non troppo felice con la nazionale (segna a Casillas l’unico gol che subisce a Euro 2012 dopo avere sbagliato un rigore con gli iberici quattro anni prima). I suoi allenatori piu’ importanti sono Spalletti, Marino (che lo fa giocare in coppia con Sanchez, Quagliarella e poi Floro Flores) e Guidolin. Nella lunga storia dei suoi 200 gol in serie A i bersagli preferiti sono Roma, Lazio, Milan, Sampdoria e Catania. Oltre ad essere ammirato per i gol, la classe, il temperamento Di Natale e’ il beniamino di tutti per le sue doti di fairplay, il comportamento esemplare, il rispetto di compagni, avversari, arbitri e tifosi. Un esempio in campo e fuori, emblema di un calcio dal sapore antico e dai contenuti forti, che non evapora tra sproloqui su twitter, veline a caccia di copertine e procuratori arpie. Ora parte la caccia a Baggio, nuovo capitolo di una sfida affascinante prima di chiudere una carriera esemplare. (di Giorgio Svalduz/ANSA)

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