Moody’s: Bce non basta, l’Italia è vulnerabile, le riforme sono lente

ROMA. – E’ un bene che l’Italia ritardi il rientro del deficit per dare priorità alla crescita, in fondo il governo Renzi sta facendo passi avanti sulle riforme. Anzi no: riforme e consolidamento dei conti pubblici procedono a rilento, mettendo a rischio la crescita futura e rendendo la Penisola più vulnerabile di fronte ai mercati, nonostante lo scudo offerto dalla Bce. Il primo giudizio è dell’Ocse, che prevede il ritorno dell’Italia alla crescita nel 2015, sia pure con un modesto +0,2% e con una disoccupazione che viaggerà oltre il 12% ancora nel 2016. Il secondo dell’agenzia di rating Moody’s. La prima organizzazione mette l’accento sul bicchiere mezzo pieno, e riflette in un certo senso il pragmatismo e l’opportunità della politica. Mentre l’agenzia americana, che un mese fa aveva ribadito il rating sull’Italia a Baa2 con prospettive stabili notando i progressi del ‘Jobs Act’, utilizza il linguaggio crudo della finanza e mette in guardia dal fare troppo affidamento sulla Bce. Moody’s non vede un sole splendente all’orizzonte dell’economia globale. Parla di una ripresa graduale con vari rischi: una “reazione disordinata dei mercati” quando nel 2015 la Fed darà una stretta monetaria; rischi geopolitici legati alla crisi fra Russia e Ucraina; last but not least, una delusione dalla Cina e dall’Eurozona, dove “la volontà della Bce di espandere il suo bilancio sostiene i rating”, anche se al momento l’arsenale è “limitato”. E’ per questo che, nonostante rendimenti compressi ai minimi record dalle attese per acquisti da parte di Francoforte, il ‘2015 Outlook’ dell’agenzia smorza gli entusiasmi: l’Italia, con un debito da rifinanziare l’anno prossimo pari al 29% del Pil, “è uno dei Paesi dell’Eurozona più esposti” a un potenziale cambiamento dei flussi finanziari che si avrebbe se l’umore dei mercati dovesse virare verso una maggiore avversione al rischio. Vale anche per la Spagna, con un 20% circa. E con la Francia, l’Italia condivide la bacchettata per i piani di riforme che restano “incompleti” e ambizioni “già ridimensionate”: un freno per la crescita futura, su cui pende la spada di Damocle del “crescente successo” dei partiti populisti e anti-europei, leggasi Front National e Movimento 5 Stelle. Avvertendo che i Diciotto rischiano una “trappola della stagnazione” causata dai tassi reali della Bce troppo alti, l’Ocse suona tutt’altra musica: per evitare una deflazione, la Bce e i governi devono stimolare la domanda. Forse è l’attesa di un ‘QE’ imminente da parte di Francoforte, che comporterebbe quasi automaticamente l’acquisto di titoli di Stato, a far propendere per uno stop all’austerity: “Il ritmo di riassetto strutturale dei conti più lento, rispetto agli impegni precedenti, proposto da Francia e Italia nelle loro leggi di bilancio 2015, pare appropriato”, si legge nell’Economic Outlook. Giudizio positivo sulle riforme in Italia, “passi iniziali” che ora devono essere “portati avanti con determinazione” per accelerare la crescita. Priorità alla crescita, insomma, pur con un debito pubblico dell’Italia che rappresenta una “vulnerabilità significativa” e che continuerà a crescere, al 130,6% del Pil quest’anno, al 132,8% il prossimo e al 133,5% nel 2016. Ma intanto le politiche ultra-espansive continuano a tenere in allarme la Bundesbank per il rischio di effetti collaterali: “più a lungo durerà la fase di tassi di interesse estremamente bassi, più alto sarà il rischio che si possa arrivare a eccessi in alcuni segmenti di mercato”, avverte la vicepresidente Claudia Buch secondo cui “per ridurre in modo duraturo rischi di contagio tra le banche e gli Stati, i titoli di Stato nei nostri regolamenti non dovranno più essere privilegiati” e in futuro i crediti nei confronti di debitori pubblici dovranno essere adeguatamente coperti da capitale di rischio. Un’altra minaccia viene dal mercato immobiliare. Per la Bundesbank le banche tedesche rischiano “significative” perdite se l’economia dovesse peggiorare: in alcune città tedesche i prezzi immobiliari sono cresciuti rapidamente indicando che le banche sono “strutturalmente vulnerabili” a una crisi immobiliare. (di Domenico Conti/ANSA)

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