Tensione Pd, la minoranza vuole incidere anche nella partita per il Colle

ITALIAN PRESIDENT MATTEO RENZI

ROMA. – Non solo il lavoro e le riforme. Anche la presidenza della Repubblica. La minoranza Pd allarga il campo della propria battaglia politica, nel nome della sinistra. E fa sapere a Matteo Renzi che è in grado di incidere – e lo farà – quando arriverà il momento di scegliere il successore di Giorgio Napolitano al Quirinale. Intanto, però, il confronto con il governo si snoderà nei passaggi delicati della legge elettorale e ancor prima, la prossima settimana, del Jobs act. “Dal nostro voto dipende la vita del governo: ogni nostra decisione passa responsabilmente attraverso questo filtro, ma bisogna che il governo non abusi della nostra responsabilità”, avverte un senatore di Area riformista. Anche questa volta, come già in prima lettura, gli esponenti della minoranza dem stanno preparando un documento in cui mettere a verbale il dissenso rispetto a un testo in cui, spiega Federico Fornaro, “mancano passi avanti significativi” su ammortizzatori sociali e tutele. La conta delle firme, che l’ultima volta erano 27, non sarebbe ancora stata fatta. Ma per capire come andranno le cose si dovrà attendere la decisione del governo, auspicata il renziano Andrea Marcucci, se mettere la fiducia. Perché in questo caso, esclusi tre o quattro civatiani, i senatori della minoranza Pd dovrebbero decidere di non sottrarsi al “sì”, pena la caduta del governo. Se invece ci sarà spazio per emendamenti alla delega, potrebbero sostenere qualche proposta dell’opposizione e provare a modificare il testo blindato in commissione. Alla Camera, intanto, non si placano le polemiche sugli oltre trenta che non hanno votato la riforma. “Rispetto la loro decisione ma non la capisco”, commenta Lorenzo Guerini. Qualche renziano avrebbe voluto il ricorso alle sanzioni, ma – anche se il tema potrebbe essere sollevato domani nell’assemblea del gruppo e lunedì in direzione – non sembra questa la via scelta. “Mi auguro che i nullafacenti della politica, in servizio solo quando si polemizza – replica a muso duro Francesco Boccia – inizino a confrontarsi seriamente sul merito. Si possono fare prove muscolari e vincere ma non si cambia il Paese”. Il 13 dicembre Pippo Civati riunirà a Bologna, “nel nome del centrosinistra, le persone che condividono una linea diversa”. Tra gli invitati ci sono Rosy Bindi ma anche Nichi Vendola (Civati, come Fassina e altri, sarà poi a gennaio alla kermesse di Sel per una federazione di sinistra che “batta Renzi”). Ma c’è un invito anche per Romano Prodi, padre dell’Ulivo. L’ex premier, che in giornata interviene a ricordare a Giuliano Ferrara di aver battuto “due volte” nelle urne Berlusconi, nega da tempo di aspirare al Colle. Ma è considerato da molti esponenti della minoranza ancora “il miglior candidato”. Il tema è entrato a pienamente nel dibattito politico. Il Quirinale conferma una linea di riserbo ma il presidente ha ormai deciso le dimissioni. Giorgio Napolitano, si apprende, confermerà la decisione entro fine anno senza indicare una data. Ma la ‘finestra’, secondo le previsioni, cadrebbe a gennaio. Sul Quirinale, avverte il capogruppo ed esponente di punta di Area riformista Roberto Speranza, occorrerà “condivisione”, unico fattore che “può garantire il massimo della coesione” ed evitare il riaprirsi delle “cicatrici” create dai 101 che affossarono Prodi. “Siamo in molti dentro il Pd, anche fuori dalla nostra area – è l’avvertimento di Stefano Fassina a Renzi – a condividere l’idea che serva una figura autorevole e indipendente, non subalterna al governo e ai suoi interessi. Ci faremo sentire”. “Nessun timore”, replica il renziano Marcucci. Ma anche Alfredo D’Attorre auspica una figura “non al ribasso” e che non sia solo un garante di Renzi ma di tutto il paese. “Comunico a chi oggi usa la discussione sul lavoro per ‘trattare’ sul Quirinale – dice Matteo Orfini – che al Quirinale un presidente c’è. Ed è pure piuttosto bravo”. (di Serenella Mattera/ANSA)

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