Rublo e petrolio affondano la Russia. Il prossimo anno sarà di recessione

LE SANZIONI COSTANO ALLA RUSSIA 40 MILIARDI ALL'ANNO

 

MOSCA. – Per la prima volta dopo 15 anni di crescita ininterrotta sotto la guida di Putin (con la parentesi della crisi del 2008), l’economia russa gela, affossata dal crollo del prezzo del petrolio e del rublo, nonché dalle sanzioni occidentali per la crisi ucraina: il prossimo anno sarà all’insegna della recessione, già dal primo trimestre, ha annunciato il vice ministro dello Sviluppo economico Alexiei Vedev, fornendo una serie di dati allarmanti. Se per il 2014 il governo spera ancora in una crescita dello 0,6%, per il 2015 Mosca ha drasticamente tagliato le stime sul Pil, portandole da una crescita dell’1,2% a un calo dello 0,8%. Quest’anno l’inflazione dovrebbe raggiungere il 9%, salendo a 10% nei prossimi tre mesi. Tagliate anche le stime sul prezzo medio del petrolio nel 2015, da 100 dollari al barile a 80 dollari, mentre oggi si aggira sui 70. Le cause della recessione? ”L’economia russa – ha spiegato Vedev – è esposta a tre tipi di crisi, o elementi di instabilità: strutturali, speculativi e geopolitici. Quindi è riduttivo pensare che la crescita dell’economia russa si contragga solo a causa dei prezzi del petrolio”, il cui crollo costerà al Paese circa 90-100 miliardi di dollari l’anno. I problemi strutturali sono legati ad una economia che dipende per oltre il 50% dall’export di petrolio, gas e materie prime, non essendo riuscita a diversificarsi nella lunga stagione putiniana. Quelli geopolitici, invece, sono connessi alla contrapposizione tra Mosca e Occidente, in particolare alle sanzioni, che hanno isolato finanziariamente il mondo bancario e imprenditoriale russo, esposto con un debito esterno di 614 miliardi di dollari, di cui 31 da pagare entro fine anno ed altri 98 entro la fine del 2015. I grandi istituti di credito e le major energetiche, a partire da Rosneft, sono costretti a chiedere prestiti di decine di miliardi di dollari allo Stato, che deve aprire i forzieri dei fondi sovrani, come quello per il welfare. Le sanzioni costeranno a Mosca circa 40 miliardi di euro l’anno. Come se non bastasse, nel 2014 la fuga dei capitali raddoppierà, arrivando a 125 miliardi di dollari. Nel frattempo la Banca centrale – finita nel mirino di alcuni parlamentari, che hanno sollecitato un’inchiesta penale – ha bruciato decine di miliardi di dollari (30 solo a ottobre) per difendere il rublo, prima di lasciarlo libero di oscillare sulle montagne russe: la divisa nazionale non fa che registrare quasi ogni giorno nuovi record negativi su dollaro ed euro, rispetto ai quali ha perso oltre il 40% e il 30% da inizio anno. Dell’altro ieri l’ultimo primato, quello che ha aperto le prime pagine del Financial Times e del Wall Street Journal: 53,29 rubli per un biglietto verde e 66,50 per un euro, dopo un crollo del 6%, il peggiore dal 1998, l’anno del default. Ieri, dopo le previsioni di recessione, la moneta russa ha ceduto oltre 80 copechi, arrivando rispettivamente a 52,45 e 65,27 rubli. La gente corre ai ripari, tenendo i risparmi in valuta e cambiando subito, le banche invece limitano le richieste di dollari ed euro. La colpa dell’affondamento del rublo è legata soprattutto al calo del prezzo del petrolio, principale fonte di reddito in valuta per la Russia: la situazione è peggiorata dopo che l’Opec ha deciso di non ridurre una produzione sovrabbondante, come auspicava Mosca, che ha deciso di tagliare autonomamente le sue esportazioni petrolifere di 5 milioni di tonnellate. Ma Ksnenia Iudaieva, primo vice presidente della Banca centrale, ha definito ”altamente probabile” una ulteriore caduta del barile e si prepara ad un prezzo medio di 60 dollari per un periodo prolungato. ”Stiamo considerando tutti gli scenari, compreso la cosiddetta catastrofica caduta dei prezzi delle risorse energetiche, che è del tutto possibile”, aveva messo le mani avanti due settimana fa Putin, garantendo che il Paese ha i mezzi finanziari per affrontare anche lo scenario peggiore. Ma ora le rassicurazioni rischiano di non bastare più. (Claudio Salvalaggio/Ansa)