Israele, si vota il 17 marzo. Un attentato rialza la tensione

US Secretary of State John Kerry Meets Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu

 

TEL AVIV. – Nel primo giorno di crisi del governo di Benyamin Netanyahu, con la data delle elezioni fissata per il prossimo 17 marzo, due israeliani sono stati accoltellati da un ragazzo palestinese in un supermercato della città colonia di Malé Adumim, in Cisgiordania. Secondo le prime ricostruzioni, il ragazzo, un palestinese di Gerusalemme est, è entrato in un supermarket della catena ‘Rami Levy’ di Mishor Adumim (la zona industriale del luogo) e si è scagliato contro due avventori, ferendoli all’addome e alle braccia. Una guardia civile, presente sul posto per fare acquisti, ha subito estratto la pistola e ha sparato alle gambe dell’assalitore, ferendolo. La polizia ha poi fermato per accertamenti altri due palestinesi che sembrano essere coinvolti nell’attacco. Il luogo dell’attentato – come hanno ricordato i media – non è privo di significato: la catena ‘Rami Levy’ in Cisgiordania rappresenta da sempre un”’isola di normalità” e di coesistenza in quanto vede fra i suoi dipendenti sia israeliani sia palestinesi. E non sono pochi i palestinesi a farvi acquisti, fianco a fianco con gli israeliani. ”E’ evidente – ha sottolineato il sindaco Benny Kashrie – che il terrorista voleva colpire questa coesistenza”. L’attentato – il secondo del genere negli ultimi tre giorni – ha confermato, fin dalle prime reazioni, quanto il tema della sicurezza sarà uno dei principali della prossima campagna elettorale. Senza dimenticare lo stallo totale di una qualsivoglia trattativa tra israeliani e palestinesi. Una realtà complessiva che ha segnato con forza i dissensi tra Netanyahu e i ministri centristi Yair Lapid e Tzipi Livni silurati dal premier addirittura con l’evocazione di un ”tentato putsch”. La Livni ha replicato per le rime definendo Netanyahu un ”leader che ha paura dei suoi ministri e del mondo esterno e che va rimpiazzato”. Lapid ha rincarato la dose: “Netanyahu ha compiuto un errore, e il prezzo sarà il fatto che non sarà più primo ministro”. Ha poi accusato il premier di “aver perso il polso della situazione. Non hai idea – ha detto Lapid criticando le tensioni tra il governo Netanyahu e l’amministrazione Usa – di quello che serve ai cittadini di Israele”. Il voto del 17 marzo – sottolineano i commentatori sulla stampa – si appresta così a diventare un vero e proprio referendum su Netanyahu e la sua politica di questi anni. Del resto è stato lo stesso premier e leader della destra ad avvalorare questa interpretazione dell’impasse politica di Israele. ”Le elezioni – ha argomentato – hanno un solo significato: scegliere chi guiderà la nazione”. E Netanyahu ha mostrato di non avere dubbi su chi debba essere, ammonendo l’elettorato che solo il suo partito, il Likud, ”può farlo”. Per questo ha invocato un consenso largo, specialmente di ”fronte a tutte le sfide che Israele deve fronteggiare”: dall’economia alla sicurezza. Ad oggi quello che più si teme è tuttavia una frammentazione del voto in direzione di vari partiti che renda la prossima legislatura ingovernabile quanto quella dichiarata decaduta in prima lettura dal parlamento (Knesset) con 84 voti a zero. ”Il popolo – ha osservato Nahum Barnea firma autorevole di ‘Yediot Ahronot’ – suppone che la situazione non migliorerà affatto in conseguenza delle nuove elezioni”. Anche perché allo stato attuale c’è incertezza sui possibili schieramenti: Netanyahu – citato dai media – nega di avere piani per creare un blocco unico delle destre, ma in effetti sembra più probabile questo piuttosto che un’alleanza compatta, dalla parte opposta, delle forze di centro sinistra. Non pochi analisti mettono comunque in guardia Netanyahu (secondo i sondaggi, il Likud può oggi ambire a non più di 22 seggi su 120) da un accordo con l’estrema destra e delle liste confessionali degli ebrei ortodossi. ”Un vero incubo”, l’ha definito Sima Kadmon sullo stesso giornale, pensando anche allo scenario internazionale e ai rapporti (vitali per Israele) con l’America di Obama: ben difficilmente gestibili da un’alleanza nella quale il premier rischierebbe di trovarsi alla fine ‘prigioniero’ di Naftali Bennett, rampante leader nazionalista-religioso di ‘Focolare ebraico’ legato a filo doppio con i coloni. (Massimo Lomonaco/Ansa)