Come cambia il mondo con il petrolio a 55 dollari al barile

Pubblicato il 17 dicembre 2014 da redazione

166th OPEC Conference in Vienna, Austria

ROMA. – Nell’era della globalizzazione le chiavi dell’andamento dei prezzi del petrolio vengono custodite dalla monarchia saudita, affidate al potente ministro del petrolio, Alì Al-Naimi. L’Arabia Saudita ha grande flessibilità nelle produzioni, con possibilità di aprire o chiudere il rubinetto variando la produzione giornaliera da 8 a 12 milioni di barili. E l’ha sempre utilizzata per assorbire i ribassi delle quotazioni quando l’offerta risulta prevalente sulla domanda internazionale. Ma negli ultimi mesi ha preferito non farlo, né ci sono segnali di cambiamenti in arrivo. Il risultato è che, da giugno in poi, il prezzo del petrolio è precipitato dimezzando il valore, con la possibilità che diminuisca ancora e con effetti destabilizzanti, non soltanto sui mercati finanziari. Perché l’Arabia Saudita ha detto no? Le motivazioni sono di carattere commerciale e di geopolitica. La convinzione dei sauditi è che la sovracapacità produttiva sia destinata a durare perché è legata a motivazioni di fondo: la produzione americana di petrolio aumentata grazie allo sheil oil (il nuovo sistema di estrazione, ndr), la crisi dell’industria e dei consumi in Europa, il rallentamento della Cina, che ha dato il colpo finale. “Il fenomeno viene considerato di lungo periodo”, spiega Paolo Scaroni, deputy chairman Rothschild group e, fino a pochi mesi fa, amministratore delegato dell’Eni. “La conseguenza, secondo i sauditi, è che se riducono la produzione sacrificando quote di mercato non le riguadagneranno tanto facilmente”. Mantenendo la produzione, l’Arabia Saudita perde margini nell’immediato ma raggiunge due priorità: tagliare fuori le attività estrattive a prezzi alti (a partire da buona parte dello sheil oil americano) e indebolire il nemico di sempre, l’Iran (regno degli sciiti, in guerra con la monarchia sunnita e araba). “Il vero obiettivo è tagliare la sovracapacità produttiva a livello internazionale, che è all’origine del crollo dei prezzi del petrolio”, spiega Leonardo Maugeri, in passato ai vertici dell’Eni e attualmente professore all’università di Harvard, autore di pubblicazioni con cui nel 2012 ha previsto il collasso dei prezzi petroliferi. “I sauditi”, sempre secondo Maugeri, “sanno che i prezzi potrebbero cadere anche sotto i 50 dollari al barile e che, in questo caso, dovranno attingere alle loro riserve valutarie, ma sono pronti a farlo. Le loro disponibilità arrivano a 900 miliardi di dollari”. Una capacità di resistenza che non hanno i produttori americani di sheil oil. “Sono stati a lungo fortemente sottostimati, ma hanno fatto investimenti massicci riducendo di un terzo le importazioni di petrolio negli Stati Uniti”, ricorda Alberto Clò, economista esperto di politiche energetiche. Il problema è che li hanno finanziati le banche e ora sono in difficoltà a causa della caduta dei prezzi petroliferi. “La loro attività è ad alto rischio d’investimento”, aggiunge l’economista Giulio Sapelli, “perché ogni giacimento di sheil oil richiede perforazioni continue, che a loro volta richiedono finanziamenti bancari. Sotto i 60 dollari al barile buona parte del sistema non regge”. E’ difficile però immaginare che i sauditi mettano in difficoltà l’alleato di sempre, cioè gli Stati Uniti. E, in effetti, il crollo dei prezzi del petrolio ha conseguenze che compensano largamente gli effetti negativi. “Il ribasso mette liquidità immediata nelle tasche degli americani perché non ci sono accise o imposte di vario genere e questo sta avendo un effetto positivo e d’impatto non trascurabile sui consumi”, spiega Alberto Forchielli, banchiere, fondatore e amministratore delegato del fondo di private equity Mandarin capital management. In più, conseguenza molto gradita agli americani, mette in difficoltà la Russia. Difficoltà gravi, che stanno penalizzando anche altri Paesi produttori tra cui ne spicca un altro tradizionalmente ostile agli Stati Uniti: il Venezuela, a rischio fallimento. Quanto durerà la stretta è difficile prevederlo. “Nei due casi precedenti, a metà anni Ottanta e verso la fine degli anni Novanta”, dice Clò, “i prezzi hanno impiegato per risalire 18-20 mesi”. Le conseguenze, almeno in parte, non sono prevedibili. “Un pericolo in particolare”, conclude Roberto Poli, per nove anni presidente dell’Eni, “non va sottovalutato: la spinta verso scenari di deflazione, che aggrava il peso del debito pubblico. Non soltanto italiano”. (di Fabio Tamburini/Ansa)

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