Quirinale, il rebus dei numeri tiene sulle corde i partiti

Napolitano during meeting with Council of the ECB in Naples

ROMA. – Il metodo è ormai stato stabilito: il nome del successore del presidente Giorgio Napolitano sarà proposto dal Pd e su quella base si cercherà una condivisione. Il resto è relegato al rebus dei numeri. Numeri sui quali Matteo Renzi si deve impegnare a trovare almeno un alleato per ottenere la maggioranza assoluta – dal quarto scrutinio in poi – che i Dem tuttavia potrebbero raggiungere, non senza rischi, anche solo con i centristi di Area Popolare. In questo quadro, sarà tutto da decifrare il ‘sudoku’ dei franchi tiratori interni, a cominciare da quelli nel Pd dove la minoranza sta già facendo sentire la propria voce. Napolitano, come già sottolineato alle Alte Cariche dello Stato, non si dimetterà prima del 13 gennaio, quando l’Italia concluderà il semestre di presidenza Ue. Ma potrebbe anche attendere il primo varo delle riforme dilazionando verso fine mese il momento del suo distacco. Tant’è che il Capo dello Stato, riferiscono fonti parlamentari, sarebbe in attesa del calendario dei lavori parlamentari per farsi una idea più precisa del timing. Il quadro non sarebbe in controtendenza con uno dei punti fermi che Napolitano ha impresso all’ultimo periodo della sua permanenza al Colle: non essere un ostacolo alle riforme. E con il ddl costituzionale incassato entro la fine di gennaio alla Camera è proprio nei primi giorni di febbraio che potrebbe venire a cadere la convocazione del Parlamento in seduta comune per l’elezione del presidente della Repubblica. Resta il rebus dei numeri, da risolvere nelle prossime settimane. 672 su 1008 grandi elettori (630 deputati più 58 delegati regionali) sono indispensabili per eleggere il nuovo inquilino del Colle nei primi tre scrutini, dove è richiesto il quorum dei 2/3. Cinquecentocinque, pari alla maggioranza assoluta, sono invece i voti necessari dal quarto scrutinio in poi. Rispetto all’aprile del 2013, il Pd può contare su un numero maggiore di delegati regionali e su un allargamento del partito verso Sel e Sc, per un totale di (per ora) 415 parlamentari e almeno una trentina di delegati regionali. Un quota alla quale, seguendo lo schema del Patto del Nazareno, vanno aggiunti circa 140 grandi elettori azzurri, inclusi quella quarantina di ‘fittiani’ che, nel caso di una candidatura ‘calata dall’alto’ da Silvio Berlusconi sono però ad alto rischio. E a rischio certo è l’intera FI nel caso in cui Renzi opti per la candidatura di Romano Prodi, nome che invece attirerebbe i voti di minoranza Pd, Sel e parte del M5S. Difficile, invece, che sul ‘Professore’ Renzi trovi una convergenza con la neonata Area Popolare, forte di 74 parlamentari e qualche delegato regionale e in grado di dare al Pd un sostegno decisivo. Ma in tal caso il premier dovrebbe optare per un nome “autorevole e senza lo spillino di partito”, come suggerito da Angelino Alfano. Un nome che potrebbe essere anche quello di Pier Carlo Padoan, con il ‘non candidato’ Mario Draghi, sempre nella testa di molti, come “extrema ratio”, per sciogliere quel rebus dei numeri che, nell’aprile del 2013, a Pier Luigi Bersani costò la segretaria Pd. (di Michele Esposito/ANSA)

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