Il grande mito sulla fuga dei cervelli

Pubblicato il 19 dicembre 2014 da redazione

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ROMA. – Sono contrario, lo dico subito, alla retorica diffusa della fuga dei cervelli. Ho sempre pensato che fosse un falso problema, mal posto, con dati quasi mai chiarificatori. Mi riferisco ai termini utilizzati in politica o, diffusamente, nei media. Innanzitutto, una prima distorsione è facilmente rintracciabile nell’utilizzo di cervello. Cosa bisogna aver fatto per far parte del “club dei cervelli”? Secondo molte ricerche è sufficiente essere laureati. Non è un po’ semplicistico? E poi quale laurea: quella breve o quella magistrale, secondo i dettami della riforma Berlinguer di qualche anno fa’? E’ possibile che ci siano laureati non proprio cervelli? Ovviamente dico sì, anche a giudicare dalla mia esperienza universitaria. E se consideriamo i dottori di ricerca e i ricercatori? E’ più facile pensarli cervelli, ed anche se qualche dubbio potrei continuare ad averlo, per le statistiche e la macrosociologia ne fanno sicuramente parte. E coloro che invece studi accademici non ne hanno fatto ma riescono ad avere successo? Magari come imprenditori, musicisti, attori, scrittori o altro. Se hanno successo fuori dall’ambito accademico, non sono anch’essi dei cervelli? Avere cervello significa intelligenza, risorse cognitive, conoscenza, abilità scientifiche che non stanno solo nei laureati e ricercatori. Ce lo ricorda Talete che troppo preso dai pensieri alti e colti, cascò in una buca perché non guardava davanti a sé. Era, allora, così cervello Talete?

Altro falso problema: si tratta di una vera fuga? Da un’indagine dell’ISTAT(www.istat.it/archivio/48791),  pubblicata nel 2011, sulla mobilità dei ricercatori addottoratosi tra il 2004 e il 2006, risulta che c’è stata poca fuga. La direttrice più battuta è quella interna all’Italia: Sud verso Nord. Molti invece continuano a risiedere nello stesso luogo degli studi: il 74% a Sud, l’85% nel Centro e nel Nord. In sintesi gli espatriati sono in totale il 6,4%. Una cifra, a nostro avviso, molto bassa e fisiologica. Ed è proprio qui il problema, che è troppo bassa perché troppo facilmente messa in relazione con l’idea che tutti coloro che lasciano l’Italia lo fanno perché costretti da situazioni economico-sociali. Cosa voglio dire? Non si tratta di fuga, ma di ricerca e conquista della propria identità, come individui nel mondo. E’ per questo che la cifra dovrebbe essere molto più alta. E lo si può fare viaggiando, andando a vivere in altri paesi, imparando nuove lingue, lavorando in contesti culturali diversi, incontrando persone capaci di dare nuovi stimoli. Significa incontrare il rischio/shock della diversità, della possibilità di vivere e lavorare altrove. Il problema interno non è certo quello di dare migliori condizioni di vita e professionali ai nostri “cervelli”, ma quello del prestigio internazionale misurabile anche da quanti se ne vogliono andare. E’ il problema di sempre, come fu nella Grande emigrazione dei secoli scorsi: far rimanere i propri concittadini nel paese per non perdere la faccia con le altre potenze europee e mondiali. Cosi sentiamo continuamente: “Dobbiamo arrestare la fuga dei cervelli”, “Dobbiamo far tornare i cervelli”, perché è necessario far nascere il sentimento della colpa nel lasciare il proprio paese ma non è obbligatorio fare un favore al proprio paese. Addirittura si valuta, come ha fatto l’attuale Presidente di Confindustria Squinzi, che il problema sia valutabile in una perdita economica, per l’Italia, di 5 miliardi Euro. Ma come fanno queste valutazioni? Non è, invece, una comoda scusa, visto che è impossibile fermare la mobilità globale dei giovani italiani, per ricevere vantaggi e favori dalla politica in altri modi?

Ogni giovane di belle speranze non deve porsi, a mio avviso, il problema: parto o non parto. Il problema è un altro: per dove parto? Magari si ritorna, ma la necessità esistenziale, professionale, culturale è quella di mettersi alla prova in contesti diversi. Solo così si può avere una conoscenza di un mondo globalizzato più attenta e profonda. Ognuno di noi ha difronte un orizzonte, dipendentemente dalle proprie risorse, che non è più dato da quello dello Stato-nazione in cui si vive, ma dal globo nella sua interezza: possiamo scegliere dove andare a vivere, magari ci innamoriamo di una persona conosciuta in viaggio oppure in Erasmus in un altro paese e li ci fermiamo, oppure viviamo tra, un po’ in un paese e un po’ in un altro, se possiamo permettercelo. Insomma, la conquista dell’identità giovanile non si pone il problema citato da Squinzi, seppur grave a livello macro, ma quello della scelta e della paura e incertezza che ne deriva.

Quando esposi queste mie idee ad un convegno, mi fu ribattuto, che il problema era non costringere a far partire i giovani, soprattutto chi non voleva. Ritengo che quelli che mai sarebbero partiti hanno invece una grande possibilità che altrimenti non avrebbero potuto avere se tutto fosse andato secondo i loro piani: a volte la nostra vita cambia e diventiamo migliori non tanto perché andiamo a cercarci quello che vogliamo fare ma proprio perché siamo costretti a fare quello che non vorremo. In altre parole ci costruiamo nell’occasione che sarebbe mancata.

Infine, ritengo che il vero problema sia attrarre giovani stranieri, o come usiamo dire cervelli stranieri. I cervelli si muovono: vanno e vengono. Proviamo a farne venire un po’ di più, magari con agevolazioni per lo studio, costruendo università meno scomode e sovraffollate, con docenti più preparati, con un’attenzione reciproca tra mondo universitario e imprenditoriale. Insomma, la società aperta non pone il problema della fuga ma di costruire per coloro che spesso sono di passaggio, italiani o meno, condizioni di studio, di lavoro e di vivibilità soddisfacenti. Senza dimenticare che un cervello ce lo abbiamo tutti, ed anche un cuore.

(Riccardo Giumelli/da La voce di New York)

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